Se questo è l’euro

golden-dawnC’è in giro, sui media, una gran voglia che l’austerity funzioni e i “sacrifici” portino frutto. E un gran bisogno di raccontare, e di raccontarci, qualcosa di consolatorio.

Così, la settimana scorsa, non c’è stato giornale che non abbia celebrato la discesa dello spread sotto la soglia dei 300 punti. Come se ci fosse, in quel numero peraltro subito risalito verso quota 350, un tocco di magia e di benaugurante presagio. E come se, con poca inflazione e un Pil in picchiata da cinque trimestri di fila (ultimo dato -2,4% su base annua), potesse fare una qualche differenza – ai fini del risanamento finanziario – il pagare un interesse, per ipotesi, del 4% anziché del 4,5% sul nostro enorme debito pubblico. Si tratta comunque di tendenze insostenibili.

In questo confuso vagare, sollecitato dal bisogno di evadere la realtà, un altro pretesto – l’altra settimana – è stato offerto dal terzo “salvataggio” greco. Segno della volontà europea di non abbandonare il paese ellenico a sé stesso, si è detto. Segno di maggiore flessibilità da parte tedesca, si è aggiunto.  “Si avvertono timidi segnali distensivi, i primi germogli di buon senso dopo il gelido inverno di un rigore sterile e dannoso,” ha scritto – ad esempio – sul Sole 24 Ore una giornalista, pur critica delle politiche di austerità, come Adriana Cerretelli.

A piccoli passi verso il baratro

Purtroppo, ci si illude. I piccoli passi, più spesso nella direzione sbagliata e in ogni caso in un contesto deteriorato come quello europeo, non servono a nulla se non a prolungare l’agonia. Ha scritto molto meglio, oggi sul suo blog, il premio Nobel Paul Krugman, in un pezzo intitolato “L’Europa che sanguina.” Facendo un breve bilancio del governo Monti, che passa la mano, Krugman l’ha paragonato a un guaritore “medievale”, che si accanisce – un salasso dopo l’altro – su un paziente in costante peggioramento. Qual è l’eredità di Mario Monti? “Una brava persona, davvero sincera,” che lascia l’Italia in depressione. La terapia, purtroppo, non ha funzionato perché non poteva funzionare.

Allo stesso modo, sul “salvataggio” greco, ha detto bene Gavyn Davies – hedge funder, ex chief economist di Goldman Sachs ed ex presidente della Bbc – il quale, in un commento sul Financial Times, si è posto la domanda più giusta: “The key question is whether all this really solves anything”. Le modeste riduzioni di un debito pubblico fuori controllo e i 34 miliardi di euro di aiuti sbloccati – necessari per evitare un default già a dicembre, ricapitalizzare un sistema bancario al collasso, e consentire alla Grecia di pagare per un po’ stipendi e pensioni – ebbene, “tutto questo risolve qualcosa?”

Per capirlo, non basta guardare ai piccoli, tardivi, cenni europei di aiuto o alle vaghe promesse tedesche. Per capire, bisogna guardare alla Grecia. E la Grecia di oggi, in rapporto alle terapie imposte dall’Europa, dà l’impressione di un barbone a terra, aggredito e pestato da un gruppo di teppisti intenti a dargli una lezione. Arriva un poliziotto. Dice ai teppisti di allontanarsi un attimo, si sincera che il barbone sia ancora in vita, gli dà un bicchiere d’acqua fresca, lo esorta ad alzarsi e a sgomberare la pubblica via, e se ne va. Dopo poco, i teppisti ritornano e il pestaggio riprende.

Austerity distruttiva

Fuor di metafora, la Grecia – come scrive Davies – è stata costretta a realizzare una stretta fiscale pari a 9 punti di Pil tra il 2009 e il 2012. Ora si è impegnata a una stretta ulteriore di 6 punti di Pil entro il 2016, in modo da arrivare a un avanzo primario (al netto della spesa per interessi) del 4,5%.

Le conseguenze di politiche di austerity così estreme, concentrate nel tempo, e cumulate a quelle dei paesi vicini, sono quelle che conosciamo: un crollo del Pil del 20%, un tasso di disoccupazione del 25%. L’anno prossimo l’economia greca è destinata a contrarsi di un altro 4-5%, e non si vede cosa possa arrestare l’inabissarsi della situazione.

Non potendo contare su una politica monetaria a misura delle proprie esigenze, non potendo svalutare il cambio, non potendo inflazionare il debito, la Grecia – all’interno della zona euro – ha a disposizione solo la strada “medievale” dei salassi di bilancio e della svalutazione interna: riduzioni dei costi, a partire da quello del lavoro, in modo da riguadagnare un minimo di competitività. Ma così facendo, il rapporto debito/Pil esplode (salirà al 190% l’anno prossimo). E i saldi finanziari, se migliorano, lo fanno molto stentatamente e a un costo sociale ed economico altissimo.

“Quel che non è risolto – conclude correttamente Davies – è la condizione recessiva in cui resta intrappolata l’economia greca. (…) La grande incertezza, dunque, è se l’elettorato greco resterà disponibile a seguire il programma (l’austerità imposta dalla “troika”, ndr) mentre il tasso di disoccupazione sale verso il 30%.”

Questa, davvero, è la questione. E su questa questione, che in misura più o meno estrema riguarda tutti i paesi indebitati del Sud Europa, i tedeschi – se ricordassero la loro storia – dovrebbero essere degli esperti.

La dimenticata lezione tedesca

Un mito, che viene di continuo riproposto, è che fu l’iperinflazione nella Germania degli anni ’20 a causare la caduta della Repubblica di Weimar e a spalancare, nel 1933, le porte al nazismo: un’esperienza talmente traumatica per la psiche dei tedeschi da giustificare il loro attaccamento ai principi di rigore fiscale e monetario, che ora cercano d’imporre al resto d’Europa.

La storia, però, è diversa. L’iperinflazione caratterizzò i primi anni ’20, culminò nel 1923, e fu debellata con la riforma valutaria che portò all’introduzione del “Rentenmark” sul finire di quell’anno. Dopo una recessione di breve durata, già nel 1925 l’economia tedesca cominciò a riprendersi. Furono invece l’ossessivo attaccamento alla parità aurea e la conseguente austerità adottata in reazione alla crisi finanziaria del ’29 che sprofondarono la Germania nel baratro.

I due grafici che qui riprendo, da uno studio di Société Générale, sono alquanto espliciti.

Il primo mostra la stretta correlazione tra aumento del tasso di disoccupazione nella Germania di Weimar – impennatosi dal 7% nel 1927 fino al 30% circa nel 1932 – e la crescita dei consensi per il partito nazista:

nazi-party-germany-unemployment

Il secondo grafico mostra il divaricarsi dei tassi di disoccupazione in Germania e in Gran Bretagna tra il 1931 e il 1933, a seguito della decisione britannica di abbandonare la parità aurea e svalutare la sterlina.

UK-weimargermany-unemployment

Le politiche di reflazione a cui il governo di Londra si convertì dopo un paio d’anni di crisi e di ortodossia economica (’29-’31) consentirono di ridurre la disoccupazione di oltre un terzo nel drammatico biennio ’31-’33, mentre il rigore tedesco non fece che inasprire la situazione fino al punto finale di “rottura” e al cambio di regime.

Austerity fino al punto di non ritorno?

Si potrebbe filosofeggiare, argomentando che una democrazia sana come quella britannica seppe comportarsi, nel momento di massima tensione e squilibrio, come un organismo omeostatico capace di trovare soluzioni di buon senso (abbandono degli ottusi dogmi della parità aurea, dell’austerità e del pareggio di bilancio in tempo di crisi) verso una condizione di migliore equilibrio; una democrazia malata, come quella di Weimar, no.

Ma tralasciando i filosofemi, la domanda resta: Perché, perché abbiamo dimenticato quella lezione? La Germania di fine ’29 si ritrovò con un tasso di disoccupazione al 25% e un partito nazista al 15% – esattamente come oggi la Grecia, dove i neo-nazisti di Alba Dorata (Χρυσή Αυγή, vedi foto in alto) hanno raddoppiato i loro consensi nell’ultimo semestre.

Superate quelle soglie, l’ascesa del nazismo nei giorni finali di Weimar fu devastante, parossistica: come in un organismo travolto da un’infezione inarrestabile. A questo si vuole arrivare col nuovo durissimo pacchetto di misure di austerità imposte alla Grecia, che promettono almeno un altro biennio di feroce depressione? Quale visione dell’euro impone all’Europa di spingersi fino al punto di non ritorno?

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6 commenti su “Se questo è l’euro

  1. Fab ha detto:

    Buongiorno Dott. Bertoncello,

    si ok la storia si ripete avvolte, ma l’economia dei paesi occidentali è completamente cambiata: globalizzazione che comporta competizione con paesi come Cina e India dove il costo del lavoro è bassissimo e quindi conseguenti delocalizzazioni di svariate attività produttive e/o chiusura delle stesse, società delle conoscenze avanzate, finanziarizzazione dell’economia portata all’estremo, prezzo del petrolio alle stelle, consumismo esagerato ( spendere 500 euro su ipod apple se prendi uno stipendio normale è pura pazzia!! ), crescita demografica in alcuni paesi molto bassa.

    E quindi tutti questi fattori messi assieme fanno si che a mio avviso certi paragoni diventano un pò forzati!!

    A parte questo, alla fine dei conti, stringendo il succo, se le banche tedesche non avessero avuto in pancia una marea di titoli del debito pubblico greco ( ovviamente anche di altri PIGS ) tutto sto casino non sarebbe successo e sulle soluzioni più efficaci ( in primis profonda riforma del sistema bancario dove si reintroduce la separazione netta fra banche d’investimento e banche commerciali e quindi un addio definitivo al business model “banca universale” che ha portato solo disastri!! ) per far si che ciò non si ripeta in futuro ho già scritto diversi post!!

    Cordiali saluti.

    Fab

    PS a proposito delle conseguenze della società delle conoscenze quando questa è portata all’estremo come ai giorni nostri:

    http://en.wikipedia.org/wiki/Hourglass_economy

    • Il punto, per me, non è se la storia si ripeta o meno. O se la Germania degli anni ’20 sia paragonabile alla Grecia di oggi. Il punto è invece che: a) l’austerità a dosi massicce in un contesto di depressione da debito ha conseguenze devastanti; b) la disoccupazione, oltre certe soglie, distrugge qualsiasi tessuto sociale e non è più compatibile con la democrazia.

      Cordiali saluti,

      Giuseppe B.

  2. Fab ha detto:

    Interessante testo in italiano a tale proposito:

    “L’informatico e la badante. Professioni che partecipano al banchetto della globalizzazione e professioni che servono a tavola. Quello che i giovani devono sapere per affrontare il futuro”
    Autore Nicola Cacace, Franco Angeli Editore.

    http://www.francoangeli.it/ricerca/Scheda_libro.aspx?id=15319

    Analisi fatte bene ma soluzioni totalmente utopistiche!!

  3. Fab ha detto:

    Mi scusi Dott.Bertoncello ma dal titolo e dai contenuti del penultimo paragrafo “La dimenticata lezione tedesca” del suo articolo e dalle sue conclusioni nello stesso articolo si capiva che lei stava lanciando un avvertimento della serie: “attenzione, qui c’è il serio rischio che la storia si ripete”!!

    Magari avevo letto di fretta, eppure rileggendolo ora con più calma mi rimane quell’impressione!!

    Ovviamente, it’s just my opinion!!

    Comunque ha ragione al 100% nei punti a) e b) della sua risposta!!

    Purtroppo nessuno a livello di UE ha avuto il coraggio di contrastare ( con i fatti ) le politiche col paraocchi imposte dalla Germania!!

    Ognuno si è guardato il suo orticello per pararsi il …!!

    Ma la banca centrale tedesca nella BCE è quella che conta di più!!

    A sua volta la banca centrale tedesca ha come maggiori referenti i grandi gruppi bancari assicurativi tedeschi che su questa vicenda hanno i loro mega scheletri negli armadi!!

    E quindi 1 +1 =2 !!

    Cordiali saluti

    Fab

  4. Franco Marzo ha detto:

    Caro Giuseppe, quando si parla di economia, si parla molto dei massimi sistemi (l’euro, la grecia, il debito pubblico, la disoccupazione, etc. ) ma ancora troppo poco di come si crea valore e occupazione. La ricetta è molto semplice: fare le cose meglio degli altri o fare cose che gli altri non sanno fare. “Fare” attiene all’attività produttiva (non possiamo tutti fornire servizi…. a chi???); le “cose” sono beni; gli “altri” sono i concorrenti, ahimè globali. Come si fa? Anche in questo caso la ricetta è molto semplice: riconoscere e premiare chi fa bene le cose o comprare solo le cose migliori e non quelle che ti ordina il “partito” o il “sindacato”. A Milano circolano autobus della Van Hool, vengono dalla Finlandia. Se si fa un blind test ai cittadini per confrontare il confort dei Van Hool con quello degli ansaldo breda, Iris-bus o Iveco, il verdetto rischia di essere imbarazzantemente a favore dei finlandesi. Ma è possibile che non sappiamo fare più gli autobus e li dobbiamo comprare in Finlandia (quando ero piccolo ci compravamo le scarpe col pelo di foca)? La politica lo sa benissimo ma è in malafede perchè deve tutelare interessi acquisiti. Ma i sindacati, è possibile che non se ne rendano conto? O anche loro sono corrotti dentro? Quando si parla di meritocrazia stiamo ancora a discutere se sia un valore di destra o di sinistra e le percezioni in area centro sinistra sono ancora contrastanti… ;-(
    E allora come si fa? Occorre premiare chi lavora bene. Chiudere le aziende che lavorano male.
    Se fossi al governo farei un decreto per obbligare tutti gli enti pubblici, le aziende statali o parastatali, a comprare SOLO da imprese italiane che esportano più del 50%. L’export è meritocratico e non è facile truccare gli appalti. Forse non vedremmo più i soliti protagonisti che “un km di alta velocità ci costa 10 volte quello che costa in Francia”…. forse…

    • Caro Franco,

      il fatto è che politica ed economia non sono separabili. Se la politica, come accade in Italia, si corrompe fino a diventare quasi soltanto parassitaria, l’economia pure si corromperà fino a diventare parassitaria. E viceversa. Il problema, per chi – come me e te – voglia contribuire a cambiare in meglio qualcosa, anche se soltanto in maniera infinitesimale, è capire da dove cominciare. E qui penso non ci sia una risposta unica. Dipende dalla diversa condizione di vita e dalle diverse abilità di ciascuno di noi. Tu, magari, vedrai più facilmente spazi d’intervento a livello microeconomico, io nella comunicazione politica e macroeconomica (con i miei quattro lettori…)

      Quel che ci può accomunare, come io penso, è la comprensione che il vero, grande problema dell’Italia è tutto relativo alla dimensione del “potere”, che peraltro travalica quella della politica o dell’economia nelle sue manifestazioni più formali (partiti, istituzioni, confindustria, grandi aziende, sindacati, etc.). Il potere in Italia è ripartito tra un variegato mondo di “caste” e “lobby”, tutte variamente corrotte e nemiche del bene comune, tutte interessate quasi esclusivamente a nutrire sé stesse, danneggiando gli altri.

      Per questo non ci può essere e non c’è meritocrazia. Il “potere” ci vuole mediocri, ricattabili, servi.

      Se già non l’hai letto, ti raccomando “Privilegium” di Michele Ainis – un libro agile, di semplice lettura, pieno di fatti: un’illuminante panoramica del male che ci divora, del cancro che ci minaccia.

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