L’agenda Monti e il suo contesto

Mario-Monti_contestoE’ difficile dire cosa sia l’intelligenza. Ne esistono tanti tipi, come ci ha insegnato Howard Gardner, che ne ha identificati sette, o forse otto, o forse nove. Un’abilità così ricca, mutevole e complessa resta in sostanza refrattaria a ogni definizione. Mi terrò dunque sul vago, accontentandomi per ora di dire che tante persone notoriamente intelligenti hanno ieri commentato l’agenda Monti. Ognuna di loro, da angolature diverse, ha fatto utili e acute osservazioni. Davvero intelligenti.

In un articolo per il Corriere della Sera, “Troppo stato in quell’agenda”, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi hanno ad esempio osservato come l’agenda Monti non presta attenzione all’importante problema di “ridisegnare i confini tra Stato e privati”. Giusto, giustissimo.

Alesina, Giavazzi e la spesa pubblica

Razionalizzare la spesa pubblica, dicono Alesina e Giavazzi, non basta. E’ il limite della “spending review” di Monti. Cerca di mettere ordine nell’esistente. Ma nell’esistente c’è, ad esempio, un’Alitalia sull’orlo della bancarotta, che il governo Berlusconi, quando poteva venderla a Air France, invece salvò scaricandone 3,2 miliardi di debiti sul bilancio pubblico. Non solo. Prese anche impegni, che lo Stato dovrà rispettare, nei confronti dei nuovi azionisti privati.

Regista di quella fallimentare operazione fu l’attuale ministro Corrado Passera – una “punta” dello schieramento montiano. Ora c’è chi parla, di nuovo, di salvataggio, e pensa a un ingresso delle Ferrovie dello Stato nell’azionariato. Insomma, una ri-nazionalizzazione. Ma che senso ha continuare a tenere Alitalia all’interno del perimetro della spesa pubblica?

Questo esempio, come altri snocciolati persuasivamente da Alesina e Giavazzi, dimostra che in Italia, se non si modifica il confine tra Stato e privati, si finisce per conservare un sistema regressivo che, con grande spreco, trasferisce risorse, attraverso la spesa pubblica, dai poveri ai ricchi. Uno Stato predone, insomma: un Robin Hood alla rovescia. Bravi Alesina e Giavazzi! Hanno davvero ragione.

Peccato che la loro analisi si concluda, alla lettera, riduttivamente: ossia, con la sola, essenziale raccomandazione di ridurre la spesa pubblica. “Ridisegnare” i confini tra Stato e privati, alla fin fine, per loro è sinonimo di “tagliare” – a partire, poveri noi, dalla spesa sanitaria.

Zingales e la democrazia

Un altro prestigioso economista che ha analizzato con intelligenza l’agenda Monti è stato Luigi Zingales, in un articolo sul Sole 24 Ore dal titolo “Sulla crescita solo principi senza proposte”. Dei quattro capitoli dell’agenda Monti, il più interessante e innovativo – ha scritto Zingales – è l’ultimo, “Cambiare mentalità e comportamenti”. Purtroppo è anche quello su cui Monti più si starebbe esponendo a critiche.

“Questo è il vero buco dell’agenda Monti: (la mancanza di) proposte concrete per un ricambio della classe politica e dirigenziale”, lamenta Zingales. E infatti Monti si sta alleando con quelle stesse élite che hanno già “portato al fallimento la Seconda Repubblica”: con quegli stessi Fini e Casini, che furono alleati di Berlusconi, e in più con un Montezemolo e la sua Italia Futura, “un partito padronale come lo era a suo tempo Forza Italia”.

Perché mai, argomenta Zingales, “Monti dovrebbe riuscire laddove Berlusconi ha fallito?” Come può essere credibile la sua proposta di rivoluzionare mentalità e comportamenti, se poi va a nozze con quell’Udc di Casini, che portò in parlamento e sostenne a spada tratta un Totò Cuffaro, alla fine condannato per favoreggiamento aggravato della mafia? Giusto, giustissimo. Osservazioni acute e pertinenti.

Purtroppo, alla miopia di Monti, Zingales pare unire la sua. “Per moralizzare la politica bisogna impoverirla: privatizzazioni e tagli di spesa sono elementi necessari.” Sì, è vero. Ma a leggere il suo articolo, dove a più riprese ripropone il ritornello dei tagli di spesa come unica panacea, viene il sospetto che oltre a impoverire la politica, Zingales voglia impoverire tutto ciò che è pubblico. Forse perché un po’ povera in partenza è la sua idea di democrazia – bene pubblico per eccellenza.

Un indizio? Il finale del suo articolo: “Se un’altra volta (dopo il fallimento di Berlusconi, ndr) l’agenda liberale viene usata come foglia di fico per difendere gli interessi di pochi, a soffrirne non sarebbe solo l’economia del nostro Paese, ma la sua stessa democrazia.” Oddio, Zingales, ma la democrazia in Italia – un paese, oltre che corrotto, ormai terribilmente diseguale – è già in piena sofferenza! Cos’altro deve accadere perché  lo comprenda anche un intelligente economista della scuola di Chicago?

Tabellini e la crescita

Tra gli economisti italiani di punta, che ieri hanno commentato l’agenda Monti,  non si può non menzionare Guido Tabellini, fino a tre mesi fa rettore della Bocconi. A differenza di Alesina, Giavazzi e Zingales, Tabellini – nel suo articolo sul Sole 24 Ore, “Il coraggio di aggregare con le idee” – è stato fin dall’incipit (“Ha fatto bene il Presidente Monti”) molto meglio disposto a complimentarsi con le mosse del nostro premier e col suo programma politico.

E ha fatto bene. Perché è vero che con Monti – dopo la desolante involuzione del ventennio berlusconiano – idee liberali e ceti medi moderati potrebbero finalmente trovare una rappresentanza degna, civile, di livello europeo. E questo, da solo, sarebbe un passo avanti enorme per il nostro paese, un “punto di svolta”, come giustamente osserva Tabellini.

Da bravo montiano, non volendo “fare torto alla serietà” di Monti, Tabellini ha espresso anche delle riserve, o come pudicamente dice lui, degli “interrogativi” e dei “dubbi”. Il più grosso riguarda le politiche per la crescita, perché “la sfida centrale per l’Italia è ritornare a crescere, e farlo presto.” L’agenda Monti, tuttavia, quando suggerisce provvedimenti al riguardo, “lo fa in modo poco organico e non molto convincente – ha scritto Tabellini in finale d’articolo – senza sottolinearne l’urgenza che invece dovrà caratterizzare l’azione del prossimo governo.” Bravo, bravissimo. E’ proprio così.

Purtroppo, non è solo Monti a non avere ricette per la crescita. Non le ha neppure Tabellini, tant’è che in avvio di articolo si lascia andare, a mezza voce, a questa confessione: “Oggi, la priorità è rilanciare la crescita economica. Ma non è ovvio cosa fare per riuscirci.”

E che non sia ovvio, né per Tabellini né per Monti, non stupisce affatto. Infatti, la non ovvietà, ai loro occhi, delle politiche per la crescita va di pari passo con l’ovvietà, sempre ai loro occhi, delle politiche di austerity “per uscire dalla crisi.” Scrive Tabellini: “Un anno fa, era abbastanza ovvio cosa si doveva fare per uscire dalla crisi, sia perché lo aveva indicato la Bce (…), sia perché non c’erano molte alternative e l’emergenza imponeva di dare priorità al riequilibrio dei conti pubblici.”

Indossato come un paraocchi il credo miope dell’austerity, Tabellini riesce a vedere solo la presunta “ovvietà” del rigorismo fiscale in tempi di cupa recessione. Ne afferma – senza ripensamenti – la supposta idoneità a “far uscire dalla crisi” il nostro paese come il resto d’Europa. Ma siccome questa premessa è falsa – anche se lui se lo nasconde – poi non riesce a guardare oltre per trovare dei nessi che colleghino il consolidamento di bilancio alla crescita.

Purtroppo, il fatto – che a Tabellini sembra sfuggire – è che con le politiche di austerity non siamo mai “usciti dalla crisi.” Anzi, in questo anno di “ovvie” politiche di “riequilibrio dei conti pubblici”, la crescita si è allontanata e la crisi si è approfondita, incancrenita. Togliendo il paraocchi dell’austerity, si riuscirebbe forse a capire che se “l’ovvio” non funziona, ma anzi produce risultati contrari alle attese, forse si tratta di un “ovvio” che ovvio non è e non dovrebbe essere.

Capire il contesto, ovvero l’intelligenza contestuale

Cos’è dunque l’intelligenza, se quattro tra i nostri più intelligenti e apprezzati economisti hanno saputo mettere per iscritto, sull’agenda Monti, oltre a molte singole idee interessanti e davvero intelligenti anche delle conclusioni complessive che, in tutti e quattro i casi, paiono a me così sciocche?

A differenza di Howard Gardner, non voglio proprio cimentarmi in una definizione dell’intelligenza. Penso però che quella vera non possa fare a meno della comprensione – oltre che della questioni specifiche, nel nostro caso l’agenda Monti – anche del contesto. E vorrei aggiungere: quando si apre alla comprensione del contesto umano e vitale, l’intelligenza non solo diventa vera intelligenza ma lì comincia anche a sconfinare nella saggezza – ossia in quell’intelligenza oltre che vera anche virtuosa, adatta al vivere bene.

Di questa “intelligenza contestuale” proverò a dare due esempi, molto semplici.

leonardo_sciascia_contestoIl primo è un’arguzia di Leonardo Sciascia, che ho sempre amato: un po’ perché è di Sciascia, un po’ perché, appunto, sottolinea a partire da un luogo comune – ossia da un pensiero non pensato – l’importanza del contesto. Dice: “Tutti i nodi vengono al pettine: quando c’è il pettine.”

Il secondo esempio, più direttamente calzante con l’agenda Monti e le questioni che solleva, è di Karl Popper, e dice: “Un libero mercato non c’è e non può esserci senza intervento dello Stato”. Ossia, come Popper spiega più per esteso nel suo capolavoro, La società aperta: “E’ chiaro che l’idea di un mercato libero è paradossale. Se lo stato non interferisce, possono allora interferire altre organizzazioni semipolitiche come monopoli, trust, sindacati, etc., riducendo a una finzione la libertà del mercato.”

Nella loro semplicità, i due esempi che ho portato sono anche complessi. I nodi vengono al pettine, se c’è il pettine. Ovvero, le verità ovvie potrebbero essere false; dipende dal contesto. E poi: il mercato può essere libero se è regolato dallo Stato (cioè, se non è libero). Ovvero, le soluzioni giuste sono spesso paradossali, perché viviamo in una realtà complessa.

Che bellezza! Grazie Sciascia, grazie Popper per i vostri pensieri che ci insegnano a pensare la nostra realtà umana in modo semplice ma multidimensionale e profondo.

L’efficienza e la vita soddisfacente

Questo pensiero dotato di “intelligenza contestuale” non avrebbe difficoltà, di fronte alle ramificate conseguenze della nostra recente crisi finanziaria, a capire che l’impatto sui bilanci pubblici non ne è l’esito più importante. E per “uscire dalla crisi”, non è da lì che bisogna partire.

L’aveva ben compreso John Maynard Keynes, un genio del pensiero profondo e contestuale, quando dopo la crisi del ’29 raccomandò al presidente americano Roosevelt: “Prendetevi cura della disoccupazione e il bilancio pubblico prenderà cura di se stesso”. La storia gli diede poi ragione, ma con la loro lineare, unidimensionale e dunque stupida intelligenza, molti economisti mainstream di oggi l’hanno dimenticato.

Domina, oggi, tra gli economisti il mito dell’efficienza: una vera ossessione. A prescindere dal contesto, li spinge a prescrivere sempre e soltanto tagli di bilancio e riduzioni della spesa pubblica. L’Europa soffre di una crisi fiscale? Ci vuole l’austerity. L’Europa soffre di alta disoccupazione? Ci vuole l’austerity. L’Europa soffre di cronici squilibri commerciali tra paesi in surplus e paesi in deficit? Ci vuole l’austerity. Ma Keynes, con intelligenza vera, diceva: “Il nostro problema è di elaborare un’organizzazione sociale che sia il più efficiente possibile, senza offendere la nostra concezione di una vita soddisfacente.”

Di questa offesa, i nostri economisti mainstream di oggi sono invece inconsapevoli. Incapaci di pensare alla complessità della nostra esperienza, privi di intelligenza contestuale, hanno ridotto l’economia a una “scienza disumana”, da umana che era. Ha ragione Paul Krugman. Sono come guaritori medievali, che conoscono un solo rimedio: i salassi.

Per un’Europa inclusiva e soddisfacente

Tra gli economisti che ieri hanno commentato l’agenda Monti, ce n’è un altro che non ho ancora menzionato:  Stefano Fassina. In un articolo sull’Unità, dal titolo (poco efficace) “Europeista sì ma mercantilista”, Fassina è stato l’unico capace di esprimere, in forma semplice, pensieri complessi, in grado di abbracciare il contesto.

Ha osservato in primo luogo come la crisi economica,  in gran parte d’Europa, stia facendo da terreno di coltura per varie forme di “populismo regressivo”. E’ vero, è così. E si potrebbe aggiungere che, in condizioni per certi versi analoghe, è stato così anche in passato: fascismo e nazismo furono essi pure varianti, molto aggressive, di “populismo regressivo”.

Contro i populismi di oggi, serve un europeismo inclusivo, umanamente “soddisfacente” – come forse direbbe Keynes. Fassina lo chiama “progressista”, per distinguerlo da quello “mercantilista” dell’agenda Monti. E anche qui, penso, ha ragione.

Affidare sostanzialmente al mercato, come fa l’agenda Monti, sia la creazione della ricchezza che la sua distribuzione, è una ricetta per il fallimento. I mercati, nella loro indiscutibile utilità, generano però diseguaglianza. E noi viviamo in un’Europa e, ancor peggio, in un’Italia già troppo diseguali. Oltre un certo limite, diseguaglianza e democrazia non sono più compatibili. Perché si vuole superare quel limite? A chi giova?

L’europeismo progressista, di cui parla Fassina, è fatto di passi verso l’unione fiscale tra i paesi europei, dunque di maggiore solidarietà; di politiche di bilancio anticicliche per uscire dalla strisciante depressione economica e ridare un po’ di “soddisfazione” ai milioni di europei che hanno perso il lavoro o temono di perderlo; infine di redistribuzione del potere e della ricchezza al fine di ridurre quelle diseguaglianze che sempre più offendono il più elementare senso di equità e minacciano la democrazia.

Se ne può discutere nei dettagli. Ma questo è un modo di pensare la complessità con intelligenza, che mi convince.

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