Cipro, l’euro e la paura dell’abisso

protests-in-cyprusIn un nuovo capitolo dell’interminabile crisi dell’euro, anche Cipro – dopo Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna – ha alla fine ottenuto un pacchetto di “aiuti” europei per evitare il collasso del suo sistema bancario, un default sovrano e la probabile fuoriuscita dalla moneta unica. Ci sono voluti almeno nove mesi di tattico attendismo, sull’orlo della catastrofe, e poi una settimana, poco più, di feroce negoziato, di passi falsi e di reciproche ostilità. Ma l’accordo è stato raggiunto: Cipro contribuirà con 7,5 miliardi ottenuti per lo più dai creditori delle sue due maggiori banche, una delle quali posta in liquidazione; l’eurozona con 10 miliardi di prestiti soggetti a onerose condizioni. I termini sono noti e qui non li ripeterò per concentrarmi invece sul senso complessivo di questo quinto “salvataggio”. In che direzione spinge l’Europa?

Un relitto alla deriva nel Mediterraneo

Cipro è ancora tra noi, uno dei 17 “partner” dell’eurozona, ma a differenza di 5 anni fa – quando tra squilli di fanfara fu ammessa nel club – ne vorrebbe volentieri essere fuori, a giudicare dal risentimento manifestato dalla popolazione nelle piazze (vedi foto in alto), e dalle pesanti accuse lanciate dal ministro degli Esteri Ioannis Kasoulides alla Tv greca Skai:

“Ci siamo trovati soli. (…) Dietro le quinte i partner mediterranei ci hanno manifestato il loro sostegno, ma capiamo la loro difficile posizione. Durante la riunione dell’Eurogruppo solo il Lussemburgo si è espresso a nostro favore. (…) La Francia è rimasta zitta. (…) Era evidente che il ‘direttorio’, e cioè la Bce, il Fmi e la Germania volevano imporre la soluzione che è stata alla fine adottata. (…) E’ chiaro che la Germania vuol far prevalere il suo punto di vista sui popoli del Sud Europa, che al momento hanno bisogno di lei. (…) A Cipro è stata riservata una scelta spietata, che riduce a un relitto il nostro sistema economico, e che avrà enormi e spiacevoli conseguenze.”

Purtroppo, è così. Il drammatico downsizing imposto al sistema finanziario, le misure di austerità, i controlli sui movimenti di capitale trasformano radicalmente le prospettive di Cipro e del suo milione di abitanti. Finisce qui l’attività di centro finanziario offshore, appetito soprattutto dai capitali russi (che erano arrivati a rappresentare circa il 20% dei depositi bancari nell’isola), ma subisce un tracollo anche la seconda industria del paese, quella del turismo.

Con i controlli valutari, l’euro di Cipro diventa – a tempo indeterminato e probabilmente non breve – un euro di serie B, una moneta non esportabile, difficile da scambiare. Anche se resta, per un’economia ora moribonda, una moneta sopravvalutata, con cui non si può neppure immaginare di avviare nuove attività rivolte all’export. A meno che Cipro non decida di accogliere il consiglio di Paul Krugman, e trovi il coraggio di uscire dall’unione, dell’economia dell’isola, dopo il “salvataggio”, resta a ben vedere assai poco ed è facile preconizzare l’avvitarsi di una spirale depressiva simile a quella greca.

Un bailout in discontinuità col passato

Al di là della tragedia cipriota, a cui hanno molto contribuito quelle élite nazionali che hanno consentito la sregolata crescita e infine la metastasi di un sistema finanziario arrivato a superare di otto volte il Pil dell’isola, quest’ultimo bailout rappresenta per l’Europa, più in generale, un evidente momento di discontinuità.

Rispetto ai precedenti salvataggi, alcuni tabù sono stati infranti: si è imposto il principio, di per sé giusto se applicato con coerenza, che nelle crisi bancarie debbano essere i creditori in primo luogo a pagare. Ma lo si è fatto calcando la mano con arroganza e arbitrarietà, ignorando inizialmente le giuste gerarchie a vantaggio dei creditori più forti per poi fare marcia indietro. Il rinsavimento è stato comunque tardivo e non ha evitato il diffondersi tra i risparmiatori dell’eurozona di un sottofondo d’inquietudine, che potrebbe gonfiarsi, sia gradualmente sia all’improvviso al prossimo trauma, in un’ondata di panico e in una devastante fuga di capitali dalla periferia in crisi.

Nell’imporre a Cipro di partecipare per un importo pari al 40% del suo Pil, si sono usate le maniere forti, più che in passato, tanto da non poter evitare come necessaria conseguenza degli enormi oneri fatti gravare sui depositanti anche l’introduzione di controlli valutari, che contraddicono tanto la nozione di mercato unico che di unione monetaria.

Cipro, la pecora nera

Si è cercato di fare leva, per giustificare le novità, su una presunta “unicità” del caso Cipro. La Germania, in particolare, si è sforzata di dipingere l’isola a tinte fosche, come un paradiso per i capitali degli oligarchi e della violenta mafia russa. Sarà. Cipro, formalmente, è un paese a “fiscalità agevolata”, che incorpora nella sua legislazione le norme previste dai codici di condotta europei in materia di trasparenza e cooperazione fiscale. L’Ocse lo include nella sua “white list”. Il Tax Justice Network, nel suo Financial Secrecy Index, lo colloca quasi alla pari della Germania, in posizione molto migliore non solo di Svizzera e Lussemburgo, ma anche di Austria e Belgio.

Si tratta, certo, di classifiche stilate in base all’analisi delle norme, più che dopo un’accurata verifica sul campo della loro effettiva applicazione. Cipro si era dotata delle regole per non essere classificata come un “paradiso fiscale”. E forse invece lo era. Ma l’accusa suona comunque ipocrita, quando sono stati i comportamenti fraudolenti dell’élite della finanza anglo-americana ed europea – per importi di migliaia di miliardi di dollari o di euro – a precipitarci in questa crisi.

Bene ha fatto l’economista Merijn Knibbe a rispondere al coro di accuse tedesche contro Cipro con un articolo intitolato “Deutsche Bank: quindici sfumature di frode”, in cui riassume gli scandali in cui è coinvolta la prima banca tedesca. Sono passati pochi giorni, e già avrebbe dovuto aggiungere una “sedicesima sfumatura”, giacché è di ieri la notizia che la Commissione europea sta per formalizzare accuse contro 16 grandi banche – tra cui Deutsche Bank – per aver cooperato in pratiche anticompetitive sull’enorme mercato dei credit default swap (CDS).

Ognuno per sé, austerità per i debitori

La campagna mediatica contro Cipro, a posteriori, assume piuttosto i contorni di un’operazione tesa a occultare con il pretesto dell’”unicità” la valenza più autentica di quest’ultimo “salvataggio”: e cioè, come ha osservato l’economista greco Yanis Varoufakis, che ogni paese, d’ora in poi, è chiamato a fare “da sé”.

“Fare i compiti a casa” attraverso continue manovre di austerità non sarà sufficiente a guadagnare la benevolenza dei creditori del Nord e in primo luogo della Germania. La prospettiva di una garanzia europea sui depositi, di una ricapitalizzazione europea delle banche attraverso il Meccanismo europeo di stabilità (ESM), di una mutualizzazione dei debiti attraverso gli eurobond, è non solo di nuovo differita, ma è probabilmente del tutto defunta.

Di questo avviso è, ad esempio, Paul De Grauwe, economista alla London School of Economics e uno dei più acuti interpreti della crisi dell’euro. In un’intervista a Bloomberg Tv, De Grauwe non ha usato mezze parole: “L’unione bancaria è morta prima di nascere”, ha detto. “Il caso di Cipro ha indicato chiaramente che i paesi maggiori sono indisponibili a salvare banche che non siano le loro. La Germania salverà le sue banche, ma non quelle di altri paesi.”

Alla domanda dell’intervistatrice su quali siano allora gli incentivi, che spingono i paesi soggetti alle punitive politiche di austerity a restare nell’Eurozona, De Grauwe ha risposto che sono forti, anche se si riducono alla paura che nasce dal non poter stimare l’entità dei costi di un’eventuale uscita. “Là fuori c’è un abisso, e nessuno sa quanto è profondo”.

Per ora, dunque, si procede con un’Eurozona dominata politicamente dalla Germania ed economicamente segnata dal fondamentale squilibrio per cui solo ai paesi indebitati è imposto di cercare, con tagli e tasse, il riequilibrio dei conti. “Ai paesi creditori non è richiesto nulla”, osserva De Grauwe. Il risultato, ovviamente, è di segno deflattivo e depressivo, perché al crollo di consumi e investimenti nei paesi in crisi non si contrappone alcuno stimolo nei paesi in surplus. Tant’è che l’Europa nel suo complesso è di nuovo in una recessione che, a dispetto delle trite rassicurazioni ufficiali, si sta inasprendo.

E’ una situazione alla lunga insostenibile, ma non per questo destinata a cambiare tanto in fretta, come ha osservato Martin Wolf, in un commento sul Sole 24 Ore.

“Sono quasi certo che la strategia dell’austerità competitiva non è in grado di restituire la salute economica alla zona euro: è garanzia di economia e debito fragili in tutta l’Eurozona, crisi bancarie e occupazionali nelle economie più deboli a tempo indefinito. Al contempo va detto che c’è una volontà fortissima di non infrangere l’euro. Siamo quindi di fronte a uno scontro tra una forza irresistibile e un oggetto irremovibile.”

Dopo aver marciato, dietro alla Germania, verso l’ennesimo fallimentare salvataggio, quello di Cipro, l’Europa è dunque scesa di nuovo in trincea, rassegnata a perseverare nei suoi errori e a resistere. Per egoismo, per miopia, per paura dell’abisso.

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6 commenti su “Cipro, l’euro e la paura dell’abisso

  1. Geppe ha detto:

    Bellissimo pezzo, complimenti

  2. penultimo ha detto:

    Per cercare di uscire dall’impasse dello “scontro tra una forza irresistibile e un oggetto irremovibile” servirebbe più politica, anzi politica tout court, se possibile con la P maiuscola come quella dei Padri fondatori.

    Purtroppo questo risulta il tempo non della politica ma della Numerologia, scandito dalle gesta di indefessi contabili.

    Un piano B potrebbe concretizzarsi con l’ausilio di adeguati catalizzatori, che aiutassero le nazioni in affanno a superare di slancio l’alta soglia della paura. Uomini della Provvidenza, insomma.

    Noi in Italia, che con la Provvidenza abbiamo una plurisecolare familiarità, ne possiamo annoverare già un paio. In contemporanea.
    Ancora un po’ di pazienza e uno dei due verosimilmente trionferà nel prossimo torneo elettorale.
    Siore e siori, venghino!

  3. Caro penultimo,

    sarà la Politica o una improvvida Provvidenza a schiodarci dall’immane scontro di cui parla Wolf? Io, più ancora di Wolf, sono convinto che le politiche di austerità, impiantate nella rigida e sbilenca struttura istituzionale dell’euro, sono soggette alla cosiddetta legge di Stein, secondo cui se qualcosa non può continuare per sempre, cesserà.

    Si tratta dunque di capire non se ma come volteremo pagina. Così, infatti, non si può continuare. La cocciutaggine tedesca e le esibizioni di forza della Bce non bastano.

    Diceva Hegel che la storia insegna che dalla storia non impariamo nulla. E’ una delle cose meno inverosimili che ha scritto, ma spero comunque che sia sbagliata, perché dalla storia – nel nostro caso – avremmo molto da imparare.

    E’ istruttivo, in particolare, tornare indietro al periodo tra le due guerre mondiali, che è stato in assoluto il momento storico in cui più diffusamente si sono fatti esperimenti con le politiche di austerità.

    Fu di austerità che morì l’Italia liberale con l’ultimo governo Giolitti nel 1921. In un’economia in piena recessione, Giolitti tagliò la spesa di 5 punti di Pil, alzò le tasse di 2 punti in uno sforzo estremo (ed estremamente sconsiderato) di ridurre rapidamente un disavanzo gonfiatosi durante la guerra e nella crisi dell’immediato dopoguerra. Un po’ come Monti oggi, il suo governo alienò le masse popolari, perse il consenso nel paese e in Parlamento. Ne seguirono due governicchi indecisi a tutto (Bonomi e Facta), e infine si spianò la strada per l’arrivo, alla fine di ottobre del 1922, dell’Uomo della Provvidenza, Benito Mussolini.

    Di austerità morì pure la repubblica di Weimar in Germania. In risposta alla crisi del ’29 e alla fuoriuscita di capitali americani, che venivano rimpatriati, la Reichsbank alzò i tassi, facendo ulteriormente contrarre l’attività economica. I Socialdemocratici uscirono dalla coalizione di governo ma continuarono a sostenere passivamente le politiche di austerità affidate nel 1930 al nuovo governo del centrista Bruening, che non potendo contare su una solida maggioranza fece ricorso ai decreti d’urgenza per attuare pesantissimi tagli alla spesa pubblica. La disoccupazione salì al 30% della forza lavoro (come in Grecia oggi). L’Uomo della Provvidenza, naturalmente, fu Hitler, il cui partito nazista si affermò democraticamente (43,9% dei voti alle elezioni del 1933) sulla base di una piattaforma anti-austerità (il Wirtschaftliches Sofortprogramm – programma economico immediato), che prometteva politiche espansive e creazione di posti di lavoro. Una promessa poi mantenuta con le politiche di riarmo, che riportarono la Germania alla piena occupazione già nel 1936.

    Di austerità soffrì, ma non morì, l’America. L’iniziale risposta della presidenza Hoover alla crisi del ’29 fu di dare avvio a un piano di lavori pubblici insufficiente a compensare il crollo della domanda privata. Preoccupato per l’ampliarsi del disavanzo di bilancio, Hoover nel 1931 si affidò pienamente alle politiche di austerità. Nel 1932 la disoccupazione arrivò al 23% della forza lavoro. Gli americani, per fortuna, scelsero a quel punto Roosevelt, le politiche espansive del New Deal, l’abbandono del gold standard e la svalutazione del cambio (così come la Gran Bretagna aveva già fatto nel 1931). La disoccupazione scese, la democrazia fu salva. La tentazione di puntare al pareggio di bilancio in un’economia ancora fragile riemerse nel 1936 con il segretario al Tesoro Morgenthau, il cui ritorno all'”ortodossia” fece precipitare gli Usa in una nuova pesante recessione. Ma nel 1937 Roosevelt riprese il controllo della situazione, ripudiando definitivamente le politiche di austerità in una famoso “discorso al caminetto”: “Dobbiamo tutti riconoscere che il debito federale – a prescindere dal fatto che possa essere di 25 miliardi o di 40 miliardi – può solo essere ripagato se la nazione riesce a generare un reddito molto più elevato per i suoi cittadini.”

    E così fu.

    L’austerità è un’insensatezza economica e una minaccia mortale per la democrazia. Dovremmo saperlo da almeno 80 anni. Speriamo di ricordarcelo in tempo prima che una qualche improvvida Provvidenza si abbatta su di noi. Forse, a schiodarci dall’attuale impasse e a stimolare la memoria storica, potrebbe tornare utile quel semplice principio metodologico, enunciato a suo tempo da Einstein, che dice: “Non possiamo risolvere i nostri problemi utilizzando lo stesso modo di pensare che ci ha portato a crearli.”

    Cordiali saluti,

    Giuseppe B.

  4. Fab ha detto:

    Scusi Dott. Bertoncello ma il problema è che chi li ha creati è sempre là!!

    In altre parole, l’industria finanziaria ( finanza ) ordina e comanda, i politici eseguono pedissequamente, i mass media uffuciale stanno in religioso silenzio e la stragrande maggioranza dei cittadini ignora beatamente o inconsciamente!!

    L’unica speranza è in mass media più maturi capaci di scuotere davvero le coscienze!!

    Lei con questo blog ( e anche con l’altro ) sta cercando di farlo e quindi onore al merito, aggiungo comunque che un personaggio davvero informato ( e formato ) e soprattutto competente come lei dovrebbe essere più incalzante nel diffondere le sue idee, le sue tesi e le sue soluzioni!!

    Ovviamente capisco che non è facile perchè lei avra mille impegni ma ..!!

    Auguri di Buona Pasqua a lei e famiglia!!

    Fab

  5. Paolo ha detto:

    Gentilissimo Dott. Bertoncello,
    La seguo dai tempi de “L’investitore accorto”.
    Perchè non ci da qualche indicazione sui modi migliori per investire il proprio denaro?
    Grazie dell’attenzione, Paolo

  6. Fab ha detto:

    @Paolo

    ma scusa se non lo ha fatto nel Blog “L’Investitore Accorto”, su quali basi logiche lo farebbe su questo Blog??

    Mission Impossible!!

    A parte questo, ma ti sembra che il Dott. Bertoncello sia un istituto di beneficenza??

    A me risulta che è un professioinista preparato, ergo, al limite, gli potresti chiedere perchè non pubblica una newsletter mensile a pagamento ( abbonamento annuale o semestrale ) in cui a parte considerazioni macro e micro, da anche indicazioni sui modi migliori per investire il proprio denaro in relazione alle diverse tipologie di risparmiatore!!

    Saluti.

    Fab

    PS diverse tipologie di risparmiatore: profilo rischio/rendimento, ciclo di vita, ecc..

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