A Eraldo Isidori

eraldo_isidoriEraldo Isidori, per chi ancora non lo sapesse, è il deputato maceratese della Lega Nord che nei giorni scorsi, in un intervento di venti secondi alla Camera, ha formulato la risposta leghista al classico Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria. Come il saggio del Beccaria segnò, nel 1764, il punto più alto dell’illuminismo italiano, così il discorso di Isidori segna ora il punto più sublime del neo-oscurantismo che avanza. La questione era: carcere o sanzioni alternative per i giornalisti che commettono il delitto di diffamazione? Isidori non ha avuto esitazioni.

Ecco il suo memorabile discorso:

Isidori – vorrei far notare – non ha parlato a braccio. Non ha improvvisato. Ha letto un testo lungamente meditato, una sorta di manifesto. Il seguente:

“Il carcere è un penitenziario, non è un villaggio di vacanza! Si deve scontare la sua pena perscritta, che gli aspetta. Lo sapeva prima fare il reato! Io ritengo come Lega di non uscire prima della sua pena irrogata. Grazie.”

Il neo-oscurantismo, com’è evidente, non fa sconti. Ogni luce, la spegne.

Le lingue umane sono fatte di suoni, parole con una propria forma, frasi composte in base a regole determinate, significati. I linguisti parlano di fonologia, morfologia, sintassi e semantica. Senza una qualche competenza fonologica, morfologica, sintattica e semantica si è esclusi dall’universo della comunicazione umana. Ma non dal Parlamento italiano, trasformato anche grazie a Isidori in un variegato recinto di primati.

“Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”, scrisse Dante nella Divina Commedia. E però, arrivato all’età della pensione senza sapere né leggere, né scrivere, né articolare un pensiero, Isidori – col suo tenebroso bofonchiare da troglodita – è stato ritenuto degno di sedere in parlamento, e in grado di legiferare sui problemi complessi di una collettività di sessanta milioni di italiani.

Chi l’ha candidato, al pari di chi l’ha eletto, ha commesso un crimine contro l’umana ragionevolezza, a cui solo Isidori potrebbe ora porre rimedio, compiendo l’unico gesto onorevole: dimettersi. Non lo farà, temo, per inadeguatezza, per attaccamento al pingue stipendio da deputato, perché forse davvero convinto del suo impegno in una battaglia di giustizia, determinato – come ha dichiarato – a “non uscire prima della sua pena irrogata.”

Preso dallo sconforto, domenica ho reagito con un passatempo che a Isidori voglio dedicare: un epigramma anagrammatico in cui ho giocato, tra scherzo e invettiva, col titolo “A Eraldo Isidori”. Con le quattordici lettere ho composto quattordici versi, che lo invitano a lasciar perdere sia le vendicative campagne contro i giornalisti (il carcere è una pena eccessiva per la diffamazione, come ho già argomentato in Perché salvare il soldato Sallusti?), sia il venale attaccamento allo scranno di deputato, di cui non è minimamente all’altezza. Si riabiliti, finché è in tempo, tornando a casa dai suoi cari: la sua dignità, e quella del parlamento, valgono più di un pugno di soldi.

A Eraldo Isidori

Aò, si loda, irride.

“Io, l’Idra!”, osa dire.

O, radiosa l’iride,

Iroso – dai – delira.

Odia il riso. Da re,

Adora idoli seri:

Soldi, ori. E ira dà.

Sì, dà dolori a’ rei.

Dì: “Ladro io sarei”.

“Ai soldi aderirò”.

“Io, ladro?” Ride: “Sia!”

O, sì, l’orrida idea.

O, Eraldo: “Ridi! Sia!”

Dio, sì, lo radierà.

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