Tutti gli inganni del Presidente

napolitano-discorsoNelle 2.612 parole del suo discorso di fine anno, il presidente Napolitano ha detto per lo più cose apprezzabili e di buon senso. D’altro canto, fa parte del suo ruolo e l’aveva premesso:

“Cercherò di interpretare ed esprimere sentimenti e valori condivisi, esigenze e bisogni che riflettono l’interesse generale del paese. (…) Non verranno da me giudizi e orientamenti di parte, e neppure programmi per il governo del paese.”

Poco dopo, però, ha pronunciato un blocco di neanche 250 parole (meno del 10% del totale) di segno del tutto diverso: quelle dedicate alle politiche di austerity come risposta alla crisi economico-finanziaria. In esse il capo dello Stato ha scelto di non esprimere sentimenti condivisi, ha fatto suoi giudizi di parte e ha indicato un programma per il governo del paese. Ha fatto, insomma, il contrario di quello che aveva promesso.

E’ su questo vero e proprio discorso nel discorso – sul punto oggi forse più discriminante per qualsiasi agenda politica – che mi vorrei soffermare. Si è trattato, a mio modo di vedere, di un gran pasticcio imbottito d’inganni: non fondato nei fatti, capzioso nella logica, sbagliato nella teoria economica, e illiberale – anzi autoritario – nell’atteggiamento politico. Insomma, e mi dispiace molto dirlo, mi ha fatto pensare al modo di esprimersi di un settario e dogmatico leader religioso: un sommo sacerdote del culto dell’austerity.

Il discorso del Presidente

Ha detto Napolitano: la politica, oggi, deve agire all’interno di limiti obiettivi, imposti dalla necessità di ridurre il nostro massiccio debito pubblico”. E’ questo un vincolo pesante, perché “obbliga i cittadini a sacrifici” e “inevitabilmente contribuisce a provocare recessione.” Pur tuttavia, si tratta di un vincolo, di una necessità che “nessuno può negare”.

“Guai” – ha aggiunto il presidente – “se non si fosse compiuto lo sforzo” messo in atto dal governo Monti con le politiche di tagli e tasse. Gli interessi sul debito pubblico ci costano 85 miliardi l’anno e se potranno “non aumentare ma diminuire nel 2013 e 2014 è grazie alla volontà seria dimostrata di portare in pareggio il bilancio dello Stato e di “abbattere decisamente l’indebitamento”.

Grazie a queste “scelte di governo dettate dalla necessità” c’è stato un “ritorno di fiducia nell’Italia e si è “ridotto il famoso spread. Si potrà ora agire – da subito, ma sempre nel rispetto dei “limiti” imposti dalla necessità di una continua austerity – “per affrontare le situazioni sociali più gravi (…) senza limitarsi ad attendere che nella seconda metà del 2013 inizi una ripresa della crescita in Italia.”

Per capire quanto sia infondato, incoerente e illusorio questo discorso, prendiamo le mosse dai fatti.

Uno sguardo ai dati di realtà

Prima di tutto, osserviamo l’andamento della crescita, ossia del Pil, nel grafico seguente a partire dal 2007 (anno prodromico alla crisi), con l’aggiunta di una media mobile per meglio evidenziare la tendenza (il grafico è a cura di Trading Economics, ma le statistiche sono quelle ufficiali dell’Istat):

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Source: tradingeconomics.com

Poi, diamo uno sguardo all’andamento del tasso di disoccupazione, sempre a partire dal 2007 (a cura di Trading Economics su dati ufficiali dell’Istat). Sono dati che riporto con un avviso importante: come mi riprometto di analizzare in un prossimo articolo, le statistiche europee – a differenza di quelle americane – includono una sola, molto riduttiva definizione di disoccupazione. In realtà, la “vera” disoccupazione, quella di cui la politica dovrebbe preoccuparsi, è in Italia più del doppio di quella ufficiale. Si avvia cioè a superare, se già non l’ha fatto, il 25% della forza lavoro.

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Source: tradingeconomics.com

Infine, consideriamo il debito pubblico in rapporto al Pil, in due varianti. Il primo grafico (a cura di Trading Economics su dati Istat) riporta le statistiche ufficiali, dalla creazione dell’euro all’ultimo dato disponibile di fine 2011. Ma il governo Monti, in autunno, ha pubblicato una stima preliminare per il 2012, secondo cui il rapporto debito/Pil dovrebbe essersi impennato al 126,4% rispetto al 120,7% del 2011.

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Source: tradingeconomics.com

Il secondo grafico, qui sotto, offre una prospettiva di più lungo periodo e stime, a cura del Fondo Monetario Internazionale, che si spingono fino al 2014. Il dato, in questo caso, è relativo al debito netto. Esclude cioè una serie di asset finanziari, e per questo risulta di qualche punto percentuale più basso rispetto alle stime ufficiali di Istat ed Eurostat. Il trend è comunque chiaro e in continua ascesa.

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Source: tradingeconomics.com

Ora, c’è qualcuno che vede nei dati appena esposti un qualsiasi motivo per compiacersi della direzione in cui le politiche economiche italiana ed europea ci stanno spingendo? Le conseguenze della crisi, gravemente inasprite dall’austerity “alla Monti” – tanto apprezzata dalla Germania, dalla Bce e infine da Napolitano – sono tali per cui l’attività economica sprofonda, rendendo vani i tentativi di risanamento finanziario.

Il debito e la crescita

Non basta puntare dritti al pareggio di bilancio, come insiste il presidente. Bisogna poterlo fare salvaguardando la crescita, perché altrimenti il peso del debito esplode. Ed è questo che sta accadendo, anche se Napolitano ha evitato di parlarne. “Guai – ha esclamato – se non si fosse compiuto lo sforzo”: ma è lo sforzo a senso unico, eccessivo e dissennato che ci sta inguaiando sempre di più, come dimostra l’andamento del debito in rapporto al Pil.

“Grazie alla volontà seria” di raggiungere al più presto il pareggio di bilancio – ha continuato Napolitano – potrà diminuire il costo degli interessi sul debito. Penso si illuda. E comunque la questione vera è se potrà diminuire in rapporto al Pil, ossia al reddito generato dal Paese. Nel 2012 quel rapporto è aumentato, passando dal 5,0% al 5,5%. La volontà sarà anche stata “seria”, ma ha mancato d’intelligenza, risultando controproducente. A poco serve diminuire i costi se, per riuscirci, si rinuncia a una fetta di reddito ancor maggiore.

Incurante della sintassi economica di base per un discorso sensato sul debito, il capo dello Stato ha preferito evocare timori di rappresaglia da parte del dio pagano dell’austerity –“Guai se…” – e seminare ingannevoli speranze. Mi ha fatto ricordare Montesquieu, il quale osservava: “Gli uomini sono molto portati a sperare e a temere, e una religione che non avesse né inferno né paradiso non potrebbe soddisfarli.”

Al di là dell’austerity, il paradiso

Nel paradiso che Napolitano ha fatto intravedere al di là dell’austerity – a cui ha alluso più volte illudendo,  temo, sé stesso e gli italiani – ritorna dunque la fiducia nel nostro Paese, scende stabilmente lo spread, può calare il costo del debito e, soprattutto, miracolosamente, “inizia una ripresa della crescita nella seconda metà del 2013.”

Mi sembrano purtroppo fanfaluche – servite probabilmente a Napolitano, su un vassoio d’argento, dall’alto clero della Banca d’Italia e della Bce.

Sullo spread e la fiducia nell’Italia, ci vorrebbe più prudenza e buon senso. Gli spread sono indicatori di mercato soggetti, come ben sappiamo, a enormi ed erratiche oscillazioni. Per fare un esempio, c’è stato un momento nel 2005 – dunque non molto prima che scoppiasse la crisi – in cui lo spread tra Germania e Grecia era sceso a 0,09 punti percentuali: un’inezia. Per i mercati, così spesso fatti oggetto d’adorazione dai chierici del culto dell’austerity, era parimenti rischioso investire nel debito tedesco come in quello greco. Quale luminosa lungimiranza!

Cosa sanno dunque i mercati? Cosa prevedono? In tempi di crisi e di acuta incertezza, tendono a comportarsi come branchi di antilopi in fuga: corrono a rotta di collo da una parte, per fare poi scarti improvvisi. Finché possono, trovano rassicurante adottare le banche centrali come leader del branco. Ma quando irrompe una minaccia – un qualche leone in agguato nella boscaglia – sono lesti nel balzo in tutt’altra direzione.

La fiducia nell’Italia che più conta, e che più dovrebbe stare a cuore a Napolitano perché è la sola a poter davvero risollevare il paese, non è quella labile rappresentata dallo spread ma è quella degli italiani. Vediamola nel grafico seguente, che raccoglie i dati dell’Istat sulla fiducia dei consumatori dalla creazione dell’euro: l’ultimo dato mensile è il peggiore dal 1982, ossia da quando il sondaggio ha avuto inizio.

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Source: tradingeconomics.com

Tornerà l’Italia a crescere? Mi auguro di sì, quanto prima. Ma perché accada deve cambiare la politica, devono cambiare le priorità del Paese, deve cambiare l’ottuso contesto europeo. E non penso che possa succedere già nella “seconda metà del 2013”.

Diaboliche previsioni

Il capo dello Stato, pur riconoscendo che l’austerity “inevitabilmente contribuisce a provocare recessione, ha anche dato per scontato che una ripresa della crescita” prenda corpo nella seconda parte di quest’anno. Ha fatto riferimento, immagino, alle previsioni di consenso delle “autorità”, ricalcate su quelle dei banchieri centrali, raccolti nel sinedrio della Bce. Avrebbe potuto essere più accorto, perché se c’è una cosa meno incerta di altre è che la Bce – da quando è scoppiata la crisi – le previsioni le sbaglia, e di molto.

Se si consultano i bollettini mensili della nostra Banca centrale e, a voler essere generosi, ci si limita alle stime sul Pil dell’Eurozona formulate ogni dicembre per l’anno successivo (dunque con un orizzonte previsivo di appena pochi mesi), si vede che – tra il 2007 e il 2012 – la Bce ha sbagliato cinque volte su sei (ossia nell’83% dei casi). E quando dico sbagliato, mi riferisco a un dato reale di crescita del Pil che, a consuntivo, è uscito del tutto dall’ampia “forchetta” (circa un punto e mezzo percentuale) prudentemente utilizzata dalla Bce nelle sue previsioni.

Sistematicamente, la Bce ha sottostimato sia l’impatto della crisi finanziaria che l’impatto delle politiche di austerity: nel 2009 di ben quattro punti di Pil (un’enormità!), nel 2012 – in base alle ultime stime ormai quasi definitive – di circa un punto di Pil. E nel 2013? Per ora si può solo notare come un anno fa la previsione per il 2013 era di un tasso di crescita tra 0,3% e 2,3%, mentre oggi quella stessa previsione è scesa in una forchetta tra –0,9% e 0,3%: nel corso del 2012, la stima per il 2013 è stata cioè rivista al ribasso di oltre un punto e mezzo di Pil! Errare, come sappiamo, è umano. Ma perseverare è diabolico.

Austerity in tempi di crisi

Sull’austerity gli ultra-ortodossi economisti della Bce seminano da anni illusioni, rifiutandosi di considerare quello che altri economisti, non dogmatici e non votati al culto dei sacrifici in tempi di crisi, hanno da tempo compreso. E cioè che le politiche di tagli e tasse, sincronizzate tra più paesi dell’eurozona, in tempi di bassa congiuntura, a seguito di una crisi di debito, hanno un impatto sulla crescita devastante.

La stretta fiscale dell’austerity non trova infatti alcuna compensazione: non in un allentamento della politica monetaria, perché i tassi ufficiali sono già prossimi allo zero; non nell’espansione del credito, perché le banche sono sottocapitalizzate e oberate di sofferenze; non nelle svalutazioni competitive, che nell’eurozona non sono possibili; non nei mercati dell’export, che restano globalmente deboli.

Ci sono fior di economisti – compresi diversi premi Nobel – che contestano radicalmente la sensatezza delle attuali politiche di austerity europee. Non si tratta di rivoluzionari cubani ma di eminenti intellettuali appartenenti alla tradizione liberale. Non pensano che i debiti – come amano fare i regimi rivoluzionari – vadano ricusati. Pensano, invece, che risanamento finanziario e crescita economica debbano procedere assieme, sostenendosi a vicenda. E perché ciò sia possibile, occorrono oggi intelligenti politiche espansive nei paesi meno gravati dal debito, e impegni di risanamento finanziario cauti e scaglionati nel lungo periodo nei paesi più indebitati.

Il Presidente Napolitano deve sapere che il pareggio di bilancio, mentre impazza la crisi, non è affatto imperativo. Può aspettare. E quando torna la crescita, sarà molto più facile conseguirlo. Gli impegni – politici e anche legislativi – possono essere presi già ora per il futuro. Ma non in modo cieco e  incondizionato, bensì legandoli a un processo di ripresa economica, che in Italia dev’essere – questo sì  –  stimolato da politiche tese a rimuovere i privilegi, creare occupazione e promuovere merito, sana intraprendenza ed equità.

Affrettarsi invece con l’austerity mentre la recessione ci attanaglia è autodistruttivo: affossa l’attività economica, destabilizza ancor di più i conti pubblici e inasprisce le diseguaglianze sociali mettendo a rischio la convivenza democratica.

Buon senso e sfumature

Il presidente Napolitano, su questa differenza di valutazioni così cruciale, così decisiva tra fanatici dell’austerity e ragionevoli sostenitori del risanamento temperato dalla crescita – premi Nobel, politici, opinione pubblica, anche in Italia – ha glissato. Per evitare il turbamento di una proposta politica alternativa, l’ha ignorata come se non esistesse, sposando senza indugio il credo dei pasdaran alla Monti.

L’ha fatto, per di più, nel peggiore dei modi, e cioè spacciandosi per liberale, quando un vero liberale come Montesquieu diceva che “il buon senso consiste in massima parte nel conoscere le sfumature delle cose.” Napolitano le sfumature sulle politiche di risanamento – in tutta la loro ampia gamma cromatica – ha preferito non vederle, scegliendo invece di argomentare armato dei sofismi tipici di un potere autoritario.

“Nessuno può negare” la necessità di ridurre il nostro debito pubblico, ha attaccato il capo dello Stato in un giro di frasi in cui, a ripetizione, ha usato i termini imperativi di “necessità”, “limite”, “guai se”, “obbligano”, “inevitabilmente”, “naturalmente”: un linguaggio non da politico (la politica, come disse Bismarck, è “l’arte del possibile”) bensì da sommo sacerdote del culto profano della divina austerity.

Petitio principii e liberalismo

L’inganno logico dispiegato è stato tra i più canonici: lo stratagemma n. 6 tra i 38 elencati da Arthur Schopenhauer nel suo classico “L’arte di ottenere ragione.” Ha cioè fatto in modo che venisse “concesso in generale ciò che nel caso particolare è controverso.” Per sostenere l’inderogabile necessità dell’austerity “alla Monti” – il caso particolare la cui giustezza era e rimane tutta da dimostrare – ha fatto appello alla generica ovvietà per cui i debiti eccessivi vanno ridotti e i bilanci, prima o poi, si devono pareggiare. Con questo sofisma, noto come petitio principii, ha dato per scontato ciò che scontato non è, ma che anzi costituisce uno dei punti di dissenso più discriminanti tra le varie agende politiche.

La petitio principii oltre che una fallacia logica è un argomento d’autorità, tipico dei politici quando vogliono ingannare il loro pubblico, o delle autorità religiose quando devono sostenere i loro dogmi, e con essi il loro potere.

Per essere del tutto chiari, immaginiamo che anch’io – volendo criticare Napolitano per il suo discorso di Capodanno – anziché argomentare per oltre duemila parole, sforzandomi di avere rispetto dell’umana ragionevolezza, dei miei lettori, e del capo dello Stato, avessi scelto di ricorrere a una petitio principii.  Avrei potuto semplicemente scrivere così: Nessuno può negare che i politici dicono bugie. Napolitano è un politico. Dunque, guardatevi dal suo discorso di Capodanno perché è una sequela di bugie e di inganni.”

Non l’ho fatto, perché cerco di comportarmi da liberale, premuroso della libertà mia e di quella altrui. Anche il capo dello Stato si è voluto accreditare come tale, riservando nel finale la sola citazione del suo discorso a un “grande intellettuale” liberale, Benedetto Croce.

Grande intellettuale, sì, ma non così grande e non così liberale – capace come fu di salutare con sollievo l’ascesa al potere di Mussolini nel 1922, e di confermargli la fiducia fino al giugno del 1924. Fu allora che Croce – da senatore – definì il proprio sostegno a un governo già liberticida come “prudente o patriottico”. I fatti, poi, lo smentirono tragicamente.

Più grande e più coerentemente liberale fu un altro intellettuale – contemporaneo di Croce – a cui io preferisco ispirarmi per tornare, in chiusura, sul tema centrale di questo articolo. Si tratta di John Maynard Keynes, che nel 1937 disse: “The boom, not the slump, is the right time for austerity.” Ovvero, “il boom, non la crisi, è il momento giusto per l’austerità.”

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2 commenti su “Tutti gli inganni del Presidente

  1. Fab ha detto:

    Eccellente articolo!! Complimenti!!

    C’è da dire comunque anche che in tempi di crisi e non, un leader deve ispirare, dirigere e gestire con l’esempio e l’istituzione Presidenza della Repubblica Italiana è ancora un simbolo di spreco di denaro pubblico!!

    http://affaritaliani.libero.it/politica/quirinale-costi-napolitano240812.html

    Una vergogna totale!!

    Al solito: il pesce puzza sempre dalla testa!!

    E di conseguenza: come può mai essere un popolo virtuoso??

    Ci vuole un miracolo!!

    Cordiali saluti.

    Fab

  2. angelo ha detto:

    Grazie all’autore del post, hai detto delle cose davvero giuste. Spero di vedere presto altri post del genere, intanto mi salvo il blog trai preferiti.

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