Disoccupazione, dove sei?

monti-draghiMolti si chiedono: Quando finirà la crisi? E i più riflessivi aggiungono: “Quali ne sono le cause?” Capirlo ci consentirebbe di trovare assieme una via d’uscita.

Io penso che la crisi dipende dalle nostre idee sbagliate, e che queste idee sbagliate restano oggi dominanti. Dunque, non siamo vicini all’uscita, per lo meno in senso “spaziale”. In senso “temporale”, è più difficile dire: le crisi – quando sono gravi come l’attuale – hanno la caratteristica di alternare lunghi tratti in cui sono “striscianti” ad altri in cui procedono a sobbalzi, in un diffuso crescente sconforto. Poi, se le idee sbagliate sono forti abbastanza da reprimere a lungo il disagio che monta, e dogmatiche abbastanza da ignorare con tenacia gli errori che si accumulano, le crisi finiscono per transitare, in modo più caotico e convulso, verso il loro epilogo: “accelerano”, “precipitano”, “esplodono”.

A che punto ci troviamo, dunque? Siamo, senza dubbio, ancora nel pieno dominio delle stesse stupide idee che ci hanno fatto infilare non il tunnel ma il vicolo cieco della crisi. Gli esempi abbondano. E tra quelli di giornata sceglierei le dichiarazioni del premier Monti a Ilaria D’Amico su Sky Tg 24: E’ finita la crisi? “Quella finanziaria credo che sia finita, quella dell’economia no, richiede uno sforzo coordinato delle forze politiche, e richiede soprattutto che si riduca la spesa pubblica”.

Un nonsense, a parer mio, che fa il paio con le erudite corbellerie snocciolate da Mario Draghi nella conferenza stampa alla Bce una settimana fa.

S-predatori dell’Europa perduta

La Bce – aveva detto Draghi – si aspetta che i “significativi miglioramenti della fiducia dei mercati finanziari si trasferiscano ora all’economia reale, incoraggiando i consumi delle famiglie e gli investimenti delle imprese tanto da generare una ripresa economica dalla seconda metà dell’anno. Quel che ci attende – secondo Draghi – sarebbe dunque una ripresa frutto di un “contagio positivo.” E in questa scelta terminologica trovo qualcosa di vero: abbiamo a che fare, infatti, con un’idea malata.

Per la Bce è come se la fiducia dei mercati finanziari – misurata ad esempio dagli spread – fosse un indicatore credibile e determinante, un compasso a cui possiamo davvero affidare la nostra navigazione!

E’ come se non fosse stata l’eccessiva e ingiustificata fiducia dei mercati – le mille bolle del credito – a farci precipitare nell’attuale crisi!

E’ come se non fosse stata l’ingannevole fiducia dei mercati a indurre le banche centrali, a loro volta, nel tragico errore di un compiacente accomodamento, di una benevola noncuranza, di una mal riposta fiducia nei mercati!

Le banche centrali, nell’interesse collettivo, avrebbero dovuto vedere gli eccessi speculativi dei sistemi bancari, gli squilibri crescenti del sistema finanziario. Avrebbero dovuto prevedere e prevenire la crisi. Ma non l’hanno saputo fare. Erano i nostri guardiani. Ma per compiacere i mercati hanno tradito la nostra fiducia. Poi, quando la crisi è arrivata e tutti l’hanno vista, loro hanno cercato di minimizzarla, di sottovalutarla, contribuendo così a renderla più grave.

Nell’autunno del 2007, quando già c’erano stati diversi segnali d’allarme (si veda quel che scrivevo allora nel mio blog l’Investitore Accorto), la Bce prevedeva per l’Eurozona una crescita media, nel 2008, tra l’1,8% e il 2,8%. In media d’anno il Pil crebbe poi dello 0,4% ma l’anno finì, come sappiamo, in piena crisi e in piena recessione. Bastò quella lezione per un intelligente ravvedimento? No, non bastò. E infatti, nell’autunno del 2008 la Bce previde, per il 2009, una crescita media dell’Eurozona tra lo 0,6% e l’1,8%. Come sappiamo, il Pil crollò del 4 ½% (in Italia del 5 ½%).

Alla luce di questo brillante track record, che ne sa, dunque, la Bce della crisi? Che ne capisce? Oggi continua a leggere la realtà con gli stessi paraocchi, con lo stesso fallimentare armamentario concettuale di allora. Da molti viene ancora osannata come salvatrice. Ma la Bce andrebbe rimandata sui banchi di scuola a studiare, perché ha dimostrato, nei fatti, di sapere ben poco.

Per estremizzare, solo un po’, tutto questo discorrere della crisi incentrato sulle variabili finanziarie, sui mercati come compassi della realtà, sugli spread come indicatori significativi: è come se uno dovesse rallegrarsi del fatto che i compensi medi dei 35 mila dipendenti di Goldman Sachs sono aumentati, si stima, del 10% nel 2012, salendo a 400 mila dollari a testa. Per “contagio positivo”, infatti, dovremmo aspettarci che i benefici si diffondano ora, tra gli altri, a quei greci che – come raccontano le cronache – rubano l’olio combustibile dalle scuole, perché non hanno più un euro, non hanno più un lavoro, e non sanno come scaldarsi per sopravvivere all’inverno.

Vivono (sopravvivono) anche loro in un’Eurozona dove si attende la ripresa. Cari greci, abbiate dunque fiducia, perché i mercati ce l’hanno. Se Goldman Sachs si arricchisce con le speculazioni sullo spread, vuol dire che anche la vostra ora si avvicina. Per contagio. Così suona, in definitiva, il messaggio della Bce.

Ritorno alla realtà del lavoro che svanisce

A chi ci parla di spread, invece, dovremmo dire: smettetela con questo vuoto linguaggio del tempo delle illusioni e degli inganni, del tempo della “bolla”. Non fa che prolungare e aggravare la crisi. Parlateci piuttosto di qualcosa di reale.

Io, per parte mia, vorrei cominciare dicendo due o tre cose sul lavoro – che in definitiva è quel che di più umano e reale c’è in un’economia.

Il lavoro, come è noto, in Europa si sta contraendo. Nel grafico che segue lo si coglie attraverso il profilo ascendente del tasso di disoccupazione, diffuso da Eurostat:

euro-unemployment-jan13

Il tasso di disoccupazione, nel suo andamento medio, pur dicendoci molto più dello spread, di cose ne nasconde però anche assai. La più importante, mi pare, è che in Europa l’occupazione si sta ridistribuendo in maniera sempre più diseguale: ce n’è di più dove già ce n’era molta, ce n’è sempre meno dove già ce n’era poca, come rivelano – con impressionante evidenza grafica – le varie mappe curate da Eurostat in una recente pubblicazione: Large differences in regional labour markets show asymmetric impact of the crisis. 

In secondo luogo, se il lavoro nel complesso viene a mancare, non è in conseguenza dell’accumularsi di debito pubblico, come ci raccontano le teorie finanziarie della crisi. E’ piuttosto in conseguenza delle politiche di austerità che l’Europa ha adottato in risposta alla crisi.

Come si fa a capirlo? Lo dice chiaramente il grafico che segue (sempre a cura di Eurostat), dove l’andamento della disoccupazione in Europa è confrontato con l’andamento negli Usa e in Giappone. Sia Usa che Giappone hanno più debito pubblico dell’Europa (il Giappone molto di più, anche dell’Italia). Ma hanno scelto di non rispondere al debito con l’austerità. La disoccupazione, come si vede, ha imboccato da un paio d’anni vie opposte, impennandosi qui da noi dove già era più alta.

Unemployment-rates-EU-US-Japan-00-12-jan13

Infine, una terza osservazione s’impone, ed è che, in un senso molto peculiare, in Europa non è solo il lavoro a scomparire. Sta scomparendo anche la disoccupazione. La si fa svanire perchè si è restii a parlarne, e si fa di tutto per minimizzarla.

Come? Occultando i dati più scomodi, o rappresentandoli in maniera incompleta e dunque ingannevole.

Disoccupazione, dove sei?

La disoccupazione, in tutto il mondo, viene calcolata secondo le definizioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO). Ne esistono sei diverse misure, da U1 – la più ristretta (U è l’iniziale di unemployment, il termine inglese per disoccupazione)  – fino a U6, la più allargata. Queste misure differiscono tra loro in modo considerevole, cercando di delineare, come a cerchi concentrici, diversi tipi di “disoccupato”, ossia di colui che vorrebbe lavorare ma non ci riesce.

Variando tra loro, queste definizioni influenzano le dimensioni della cosiddetta “forza lavoro”, data dalla somma di chi lavora e di chi è “disoccupato”. E condizionano il tasso di disoccupazione, definito come il rapporto percentuale tra chi è “disoccupato” e il totale della “forza lavoro”.

In base alla definizione standard (in gergo, U3, una misura intermedia tra U1 e U6), “disoccupato” è chi, oltre a non avere un lavoro:

a) ha tra 15 (o 16 nel caso italiano) e 74 anni;

b) ha cercato “attivamente” lavoro nelle ultime quattro settimane;

c) è disposto a iniziare a lavorare entro due settimane.

Hai ricevuto talmente tanti “no” da aver perso fiducia e non aver cercato “attivamente” lavoro nelle ultime quattro settimane? Non sei, secondo la definizione standard U3, un disoccupato. Devi al momento prenderti cura di un familiare e non sei in grado di accettare un’offerta che ti imponga di iniziare a lavorare entro due settimane? Non sei, secondo Istat ed Eurostat, che pubblicano solo il dato standard U3, un disoccupato.

Da tempo molti economisti e scienziati sociali – forse la parte preponderante – vanno dicendo che, in tempi di crisi quando il lavoro scarseggia, il tasso di disoccupazione standard dà una rappresentazione inadeguata della realtà. Sottostima l’entità reale del problema.

In tempi di crisi, infatti, si ingrossano le fila dei cosiddetti “lavoratori scoraggiati” o di quelli costretti al “part time involontario”: una gran massa di persone comunque in sofferenza, con redditi inesistenti o inadeguati, che si ritrovano marginalizzate o perché troppo deluse e frustrate per continuare “attivamente” la loro ricerca, o perché, pur desiderando o avendo bisogno di un lavoro a tempo pieno, si devono accontentare di lavoretti part time, precari, spesso mal pagati.

Negli Usa, da qualche anno, è diventato normale – non solo per gli specialisti ma anche per i media generalisti e, di conseguenza,  per i politici – fare riferimento, quando si parla di disoccupazione, sia al tasso U3 – il tasso standard – che al tasso U6 – il più allargato. Ne parlano tutti, e i dati sono chiaramente riportati nel comunicato mensile del competente ufficio di statistica – il Bureau of Labor Statistics.

Ecco, ad esempio, un grafico pubblicato il mese scorso su Wonkblog, un noto blog del Washington Post:

US-unemployment-rates-jan13

A dicembre – l’ultimo mese per cui abbiamo i dati – la disoccupazione U3 stava negli Usa al 7,8%, quella U5 (comprensiva dei “lavoratori scoraggiati”) al 9,4% e quella U6 (comprensiva di “lavoratori scoraggiati” e “part time involontario”) al 14,4%.

L’Europa che tace, sottace e inganna

E in Europa? In Europa si fa di tutto per sopire, sottacere, nascondere la questione. Le statistiche ufficiali e il discorso pubblico si limitano alla disoccupazione U3, che, come ci dicono Istat ed Eurostat, stava a novembre (ultimo dato disponibile) all’11,1% in Italia, all’11,8% nell’Eurozona e al 10,7% nella Ue – ma con una dispersione enorme tra il 5,4% della Germania e il 26,6% della Spagna.

E la disoccupazione “allargata”? Saperne qualcosa, in Europa, sarebbe ancor più importante che negli Usa – sia perché il mercato del lavoro europeo è notoriamente più rigido e meno efficiente di quello americano, sia perché noi stiamo assumendo la “medicina” dell’austerity, che aggiunge disoccupazione a disoccupazione in un’apoteosi del “sacrificio” umano.

Trovare qualcosa sulla disoccupazione “allargata”, in Europa, è un’impresa. Io ho trovato questa tabella, pubblicata dall’Economist a fine ottobre, basata su dati Eurostat relativi al secondo trimestre del 2012. Sono dati su cui va fatta la tara, perché da allora la situazione è assai peggiorata. Includono i lavoratori scoraggiati ma non il part time involontario, e quindi penso vadano considerati, anche se l’Economist non lo precisa, come un tasso di disoccupazione U5 (quello che negli Usa sta ora al 9,4%). Ecco, dunque, la tabella:

EU-broad-unemployment-jan13

Com’è evidente, siamo di fronte a una catastrofe di cui quasi nessuno parla. La disoccupazione media nell’Eurozona balza al 17%, ma spicca l’impennata del tasso dell’Italia, il quale nella definizione U5 più che raddoppia portandosi al 23%, poco sotto il livello della Grecia.

Penso che gli italiani e gli europei tutti – finora quotidianamente bombardati con inutili aggiornamenti sullo spread – abbiano piuttosto il diritto di conoscere la situazione reale, in modo da poter giudicare a ragion veduta i risultati delle attuali politiche, e cercare – se lo vorranno – delle eventuali alternative.

E’ possibile chiedere a Eurostat di pubblicare mensilmente i dati completi sulla disoccupazione, così come fa negli Usa il Bureau of Labor Statistics?

E’ possibile chiedere alla Bce, a Mario Draghi, a Mario Monti e a tutti gli altri “salvatori” dell’Europa, dell’Italia, dell’euro, di smetterla di parlarci di spread e di illusionismi finanziari, e di cominciare a parlarci di problemi reali e di come intendono risolverli?

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11 commenti su “Disoccupazione, dove sei?

  1. Fab ha detto:

    Ottimo articolo!! Congratulations!!

    Per quanto riguarda:

    “E’ possibile chiedere alla Bce, a Mario Draghi, a Mario Monti e a tutti gli altri “salvatori” dell’Europa, dell’Italia, dell’euro, di smetterla di parlarci di spread e di illusionismi finanziari, e di cominciare a parlarci di problemi reali e di come intendono risolverli?”

    No, Mission Impossible!!

    Perchè se lo fanno come si deve dimostrano che il re è nudo e fa alquanto schifo!!

    Cordiali saluti.

    Fab

  2. Let ha detto:

    Trovo interessante il tuo articolo,
    ci invita inevitabilmente a riflettere su come sia degenerata la situazione, su come sia sfuggito il controllo della questione finanziaria, su come sia sempre più evidente l’impotenza di tirare le redini e riportare il carro sul giusto sentiero. Non posso non condividere il tuo pensiero, sarei una folle, ma piuttosto che alimentare questo inevitabile diffuso malcontento e scoraggiamento generale vorrei qui invitare ognuno a provare a reagire assumendo un atteggiamento propositivo. Io onestamente sono stanca, non mi interessa che questi signori vengano a parlarmi dei problemi reali, perché io così come voi questi problemi li conosciamo sin troppo bene. Non mi aspetto nemmeno che possano avanzare iniziative risolutive, non ci sono riusciti sino ad oggi e non credo sappiano nemmeno loro ormai che pesci pigliare. Al contrario credo che ciascuno di noi debba rimboccarsi le maniche e nel suo piccolo tentare di proporre “nuovi modi”, “nuove vie” per la soluzione dei problemi, ciascuno in base alle proprie conoscenze e competenze. Non possiamo arrenderci, non possiamo aspettare che altri risolvano il tutto, hanno già abbondantemente dimostrato di non esserne all’altezza. Non possiamo rimanere inerti ed ancora in balia degli eventi!!! Proviamo quantomeno ad offrire valide proposte, proviamo a condividerle, tentiamo di avere un approccio più ottimistico. Dovremmo un po’ tutti dare più spazio alla nostra proverbiale italiana inventiva. Cerchiamo di PROPORRE noi per primi, ed anche nel piccolo contesto in cui viviamo, AZIONI IMMEDIATE E CONCRETE. Ingegniamoci tutti e soprattutto ricordiamoci che è questo il momento per essere audaci.
    Letizia C.

    • Letizia,

      ti ringrazio del commento e dell’invito all’ottimismo e all’assunzione di atteggiamenti propositivi. Lo condivido. Si tratta, in fondo, di voler essere VIVI. E io lo voglio, quanto te.

      C’è, però, anche un secondo livello. E lì non sono sicuro di essere del tutto d’accordo con te. Se si alza lo sguardo dall’ambito personale, o dei nostri “piccoli mondi” di relazioni calde e vitali, io m’imbatto subito in due difficoltà.

      La prima è che c’è molta mistificazione sulla natura dei nostri problemi collettivi. C’è un’ideologia dominante, che si traveste da “pensiero unico degli esperti” fino ad ammantarsi quasi di un carattere oracolare, sacerdotale, sacro. Contro questo “pensiero unico”, che considero falso e disumanizzante, bisogna esercitare la critica. Altrimenti si rischia di esserne fagocitati. Non basta l’ottimismo. Si tratta di cercare di smontare, pezzo per pezzo, un apparato di idee che sono ostili alla VITA e alla dignità degli essere umani, che sono espressione di una pseudoscienza economica divenuta “scienza disumana” o quanto meno “scienza post-umanistica.”

      Questa ideologia, poi, ha così tanta importanza perché è espressione di formidabili apparati di potere, la cui capacità di condizionare le nostre vite è enorme. Ed è questa la seconda difficoltà. Anche in questo caso, l’ottimismo di noi che vogliamo VIVERE, e vivere in un mondo meno iniquo e più umano, è necessario ma non può essere sufficiente. Serve, in aggiunta all’ottimismo e al pensiero critico, una volontà armata di ragionevolezza che punti a cambiare in meglio le cose – non solo nei nostri “piccoli mondi”, ma in quello vasto che fa capo, in ultima istanza, alla politica.

      Senza un profondo ricambio di contenuti e di attori nel mondo della politica, non andremo da nessuna parte. Senza un risveglio d’interesse e di partecipazione dei giovani alla politica, non andremo da nessuna parte. Senza una politica resa di nuovo forte dalla legittimazione popolare e dall’ancoraggio a condivisi valori di umanità, non andremo da nessuna parte. Senza tutto questo, infatti, non ci sarà modo di resistere allo strapotere cinico e disumanizzante di anonime organizzazioni economico-finanziarie che stanno facendo terra bruciata del nostro mondo e della nostra civiltà.

      Servono, dunque, ottimismo, pensiero critico, e ragionevole volontà di cambiamento. Almeno questo io penso, e questi – in fondo – penso siano gli ingredienti del mio blog.

      Un cordiale saluto,
      Giuseppe B.

  3. Let ha detto:

    Giuseppe,
    credo che in realtà siamo sulla stessa lunghezza d’onda accomunati sicuramente dagli stessi interessi ed aspettative.
    Io credo che il “livello” OPERATIVO sia quello immediato cui dare maggiore importanza. Gli altri livelli è ovvio che sono stati da me attentamente analizzati ed è evidente la mia insoddisfazione nel vedere l’inarrestabile trend negativo in atto già da decenni (ovviamente non parlo solo di quello economico-finanziario!), ma è proprio per questo che credo che sia giunto in momento di rottura (se vuoi puoi chiamarlo il punto di non ritorno). Proprio dopo una attenta osservazione, dopo una minuziosa analisi dei fatti così come insegna una decorosa analisi svolta usando un rigore metodologico scientifico necessario ed indispensabile al fine di elaborare una pianificazione strategica di successo, sono arrivata alla conclusione che bisogna dare vita a precisi piani d’azione. Parlo di piani d’azione tutti organizzati al fine di conseguire il RISULTAO STRATEGICO FINALE che è poi quello di poter VIVERE IN UN MONDO MIGLIORE. Credo che possa essere molto gratificante in quanto opereremmo al fine di lasciare ai nostri figli un mondo migliore così che essi possano un giorno non ritrovarsi in questo squallore quotidiano ove noi siamo incastrati. Considera pure che io non ho figli, forse non ne avrò mai, e ciò nonostante sento vivo e forte questo dovere civico e morale, per cui immagino che chi abbia dei figli possa essere ancora più motivato di me in questa AZIONE DI RICOSTRUZIONE. Credimi, il risveglio delle coscienze non può più basarsi sulle parole e sulle critiche ma solo sulle PROPOSTE e sulle AZIONI CONCRETE. Credo che questo sia il momento in cui nessuno di noi possa più tirare i remi in barca e restare a guardare limitandosi a contestare le azioni altrui, non possiamo più delegare gli altri, adesso più che mai deve venir fuori in ognuno di noi il SENSO DI RESPONSABILITA’, è un dovere civico cui tutti siamo chiamati. Ricordiamoci che l’oceano è formato da tante piccole gocce d’acqua, ricordiamoci che siamo noi lo stato, ricordiamoci che la goccia nel tempo può corrodere la più dura pietra; noi siamo avvantaggiati, siamo già un oceano, siamo in tanti a pensarla esattamente allo stesso modo, dobbiamo con il nostro irreprensibile comportamento quotidiano dare il giusto esempio. Così come te ritengo che sia urgente il risveglio di interesse e di partecipazione dei giovani. Ma i giovani sono molto più svegli di quanto si possa pensare, i giovani sono stanchi di sentire belle chiacchiere non supportate poi dai fatti, dalle AZIONI CONCRETE, sono assuefatti alle parole e hanno sete di vedere i fatti. In questo momento storico i VALORI ed i PRINCIPI DI RIFERIMENTO devono essere saldi e TESTIMONIATI DAL COMPORTAMENTO personale e professionale di ognuno di noi, che deve essere basato sulla CORRETTEZZA, SERIETA’, ETICA, LEGALITA’, ONORABILITA’ di ciascuno. Se ognuno di noi desse questo esempio, magari si innescherebbe un meccanismo di imitazione sociale. Bisogna invertire la tendenza, fare un salto di qualità: molti fatti e poche chiacchiere, così da dimostrare in concreto la validità e la serietà delle intenzioni. L’Ottimismo non ci deve abbandonare, ma proviamo a lasciare anche noi un segno con quotidiane Azioni concrete!
    Un caro saluto,
    Letizia C. da Catania

    • Letizia,

      sono con te. Coltiva le tue passioni, trova la tua strada – se già non l’hai trovata – e mettici tutta te stessa, la tua vitalità, la tua forza, la tua cultura, la tua intelligenza. Non mollare mai. E’ la vita che pulsa in te che non lo potrebbe sopportare.

      Un caro saluto,
      Giuseppe B.

      P.S.: mia moglie è siciliana. E io so quanto capaci sono, le donne siciliane capaci.

    • ihavenodream ha detto:

      Che stupidaggine, scusami tanto ….ma che senso ha essere corretti, seri, onorabili ecc, se quelli che hanno responsabilità dirigistiche non lo sono? Se i figli minorenni sono responsabili ma i genitori no, questo salverà la famiglia dal disastro? L’unica cosa sensata che puo’ fare un figlio quando si rende conto che il genitore è un delinquente è denunciare il genitore e poi cambiare aria!
      Per quel che riguarda l’articolo sono cose giuste senza dubbio (tra l’altro io le dico da anni e la gente mi guarda con gli occhi sgranati, come a dire: questo è matto, il che significa che il livello di persuasione raggiunto dalla cattiva informazione è impressionante!). Consiglierei anche il professore di utilizzare per le proprie valutazioni sui livelli occupazionali un dato ancora meno malleabile e piu’ facile da reperire dei vari U1, U2 U3…quello che uso io: il tasso di occupazione. Se utilizziamo il tasso di occupazione ci accorgiamo che l’Italia è il fanalino di coda in Europa, dietro anche a Spagna e Grecia. Se poi facciamo il rapporto tra il tasso di disoccupazione ufficiale (cioè l’U1) e il tasso di disoccupazione reale ottenuto facendo il complemento a 100 del tasso di occupazione, otterremo un altro dato molto significativo: la “speranza” di trovare lavoro. Capiremmo quindi che in tutta Europa, anche in Grecia e Spagna, non solo i livelli di occupazione sono superiori all’Italia, ma anche la speranza di trovare lavoro è superiore!
      Infatti la mia tesi è che l’ Italia nonostante tutto è il paese con la più bassa qualità della vita per la popolazione in Europa…in Grecia ad esempio il rapporto tasse/pil è 15 punti percentuali inferiore al nostro anche se nessuno ne parla, e nonostante gli ultimi rovesci, negli ultimi 10 anni c’è stato un aumento complessivo del Pil del 6,5 %, contro un bel -1% dell’Italia, il Pil pro capite è circa un 20% in meno dell’Italia ma il costo della vita è parecchio inferiore in Grecia (diciamo il 40-50% in meno). Quando dicono che rischiamo di finire come in Grecia io rispondo: magari!
      L’Italia è l’ultimo Paese al mondo per tasso di crescita del Pil (dopo Haiti) dal 2002. Ed è qui che il mio giudizio inizia a divergere da quello del professore. Lui infatti lascia intendere che questo disastro sia da attribuire all’euro o ai burocrati europei che impongono ricette economiche sballate. Ma se andiamo a ritroso di 10-15 anni troviamo le stesse cifre (anche inferiori) per i livelli di occupazione di tutti i Paesi del grafico sopraesposto. Ma seriamente c’è qualcuno che pensa che se fosse arrivata la crisi del 2008 in una Europa senza euro le conseguenze sarebbero state migliori per i vari paesi? Le ricette europee possono essere sbagliate senza dubbio, ma sono le uniche possibili in mancanza di una integrazione più seria e completa. Non si puo’ pensare di stampare moneta come fa il Giappone o Bernanke per finanziare gli stati in difficoltà, se poi non si ha nessun controllo sulla politica interna degli stati finanziati. Il “ritardo” delle ricette economiche anticrisi europee è strettamente correlato al “ritardo” nel processo di integrazione. Solo proseguendo sulla strada dell’integrazione, direi anzi unificazione europea potremo sperare in un futuro migliore! Quindi per riallacciarmi al concetto esposto da Letizia, quello che ognuno di noi puo’ concretamente fare nel proprio piccolo è evitare di votare pagliacci (o clown che dir si voglia), che invocano la disgregazione dell’Europa per meri fini propagandistici, alle prossime elezioni!

  4. Ghost1962 ha detto:

    Anzitutto complimenti per la solita qualità eccelsa dell’articolo, la seguo dai tempi de “L’investitore accorto” e li ho sempre trovati da incorniciare. Detto questo credo che il problema principale è l’emancipazione dell’italiano medio dai media classici come fonte d’informazione e come creatori di opinione, basterebbe che la televisione e i giornali sussidiati fossero almeno in parte sostituiti da internet come fonte di informazione perché la nostra coscienza si svegliasse, allora si che non permetteremmo più a questi incompetenti di guidare il nostro bellissimo paese.

  5. Ghost,

    la ringrazio dei complimenti, sin troppo generosi e comunque graditi. Sulla questione dell’informazione, sarebbe bello che la maggiore libertà di Internet – almeno per ora – fosse l’ambito in cui maturano atteggiamenti più evoluti, da parte sia dei produttori che dei fruitori di informazione, in grado poi di diffondersi – per “contagio positivo” (Draghi, I’m quoting you!) – in tutto lo spazio dei media italiani, sia online che offline.

    In parte, forse, sta accadendo. Ma non penso che basti.

    A livello tecnologico e culturale, l’Italia è attraversata da un “digital divide” molto profondo, che continua a escludere dalla comunicazione via Internet una parte cospicua del paese. E comunque non penso che possa essere la tecnologia l’elemento risolutivo dei gravi problemi di cui soffre il mondo dell’informazione un po’ dovunque e da noi in particolare.

    Per quanti siano i risvolti positivi che una nuova tecnologia ci offre – e che naturalmente agli esordi sono quelli che più vengono celebrati – è poi possibile trovarne almeno qualcuno di specularmente negativo. Vuole un esempio, che pur non avendo a che fare con i media, mi ha sempre colpito per la sua bizzarra paradigmaticità? Quando fu scoperta la radioattività, per un ventennio almeno agli inizi del Novecento andò molto di moda, negli Usa, offrire nei locali pubblici – bar, ristoranti, etc – la possibilità di una “benefica” ed “energizzante” esposizione ai raggi X: un vero e proprio bagno tonificante.

    Insomma, come oggi abbiamo gli Internet café, allora c’erano i café a raggi X. Le lascio immaginare i “benefici”, che cominciarono a essere messi meglio a fuoco solo dopo la morte di Madame Curie per leucemia.

    Non voglio dire che Internet e raggi X siano la stessa cosa. Ma solo alludere al fatto che le potenzialità di Internet ai fini di una trasformazione del mondo dell’informazione, che sia a sua volta al servizio di una democrazia più compiuta, sono state a mio avviso – da un quindicennio in qua – molto esagerate.

    Non è la tecnologia che ci può orientare nelle scelte di valore. Non sarà la tecnologia, da sola, a trasformare la qualità dell’informazione e a salvare la democrazia.

    Siamo, dunque, di ritorno al punto che per me è nodale. Se sceglieremo, collettivamente, di vivere in una democrazia migliore, nutrita da un’informazione ricca, partecipata, affidabile, indipendente, al servizio dei cittadini, allora la tecnologia di oggi avrà strumenti straordinari da mettere al nostro servizio. Ma il fatto che esistano gli strumenti non significa che noi siamo di per sé in grado di usarli per i fini migliori. Me lo auguro, naturalmente. E per quel che mi riguarda, ci provo, anche con l’aiuto dei miei ottimi lettori.

    Cordiali saluti,

    Giuseppe B.

  6. Let ha detto:

    Condivido appieno con Giuseppe,
    1) l’Italia è attraversata da un digital divide ancora oggi molto importante
    2) la tecnologia non è l’elemento risolutivo dei problemi di cui soffre l’informazione
    3) bisogna sempre avere la capacità di sfruttare i benefici offerti dalla nuova tecnologia soppesando al contempo i limiti derivanti dal suo uso spesso indiscriminato, specie quando tale uso degeneri in abuso
    4) bisogna sempre saper coniugare l’uso di tutti gli strumenti a nostra disposizione e di tutte le diverse forme esistenti di comunicazione al fine di diffondere al meglio le proprie idee
    5) è necessario prestare attenzione a non focalizzarsi nell’uso esclusivo di un mezzo ed accertarsi che nel trasferimento non vi siano errori di fondo che potrebbero sfalsare il messaggio principale
    6) attenzione che attraverso le belle parole e specie quelle universalmente condivisibili non si diventi strumento di gruppi di potere che sanno ben manipolare e plagiare anche il più integerrimo uomo pensante.

    Insomma, il fatto che esistano technological instruments non è di per sè garanzia di trasferimento di “corretta informazione”, bisogna sempre restare INDIPENDENTI e con i piedi per terra SENZA MAI MITIZZARE né “ALCUNO” né “alcunché”.
    Cari saluti,
    Letizia C.

  7. […] fallimento, riguarda la Disoccupazione, “che sale”, e se ben misurata – come ho mostrato in Disoccupazione, dove sei? – sale anche molto più di quel che risulta dai dati […]

  8. […] Come si nota, la crescita dei disoccupati, nell’ultimo anno, si è concentrata nei paesi già più in crisi, ossia – nell’ordine – in Grecia, Portogallo, Spagna e Italia, dove la disoccupazione – nella definizione più ampia e veritiera, considerato l’attuale contesto di protratta recessione – viaggia tra il 25% (Italia) e il 35% (Spagna) della forza lavoro (di come interpretare i dati sulla “disoccupazione allargata” ho scritto in Disoccupazione, dove sei?). […]

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