Perché salvare il soldato Sallusti?

sallusti“Salvate il soldato Sallusti” è stato l’appello lanciato un paio di giorni fa, tra il serio e il faceto, da Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano. In un senso ben preciso, è un appello che condivido.

Non è che Alessandro Sallusti, ex-direttore di Libero e da ieri ex-direttore del Giornale dopo la condanna in via definitiva a 14 mesi di carcere per diffamazione, abbia buoni motivi per proclamarsi innocente o ergersi a vittima. Non li ha, né se si considera l’episodio in sé, né se si tiene conto, più in generale, dell’opera di disinformazione e di killeraggio a mezzo stampa, che è stata una specialità dei giornali da lui diretti in questi anni.

Vittimismo ingiustificato, disinformazione e killeraggio sono peraltro di nuovo in evidenza nell’editoriale d’addio, pubblicato oggi da Sallusti sul Giornale. “Non ho accettato trattative private con un magistrato, il querelante, che era disponibile a lasciarmi libero in cambio di un pugno di euro, prassi squallida e umiliante più per lui, custode di giustizia, che per me,” ha scritto Sallusti, in un tentativo alquanto ridicolo di rovesciare le parti, dare una falsa rappresentazione della legittima richiesta di risarcimento della parte offesa, e così occultare il fatto vero: che “la prassi squallida e umiliante” era stata quella impiegata da Libero, da lui diretto, nell’infangare, con una grossolana distorsione dei fatti, la reputazione del giudice.

Del tutto retorica e risibilmente autocelebrativa è poi la chiusa dell’editoriale odierno, in cui Sallusti cerca di accreditarsi come “martire della libertà”: “Mi dimetto, con enorme sofferenza, da direttore responsabile del ‘Giornale’, per rispetto ai lettori e ai colleghi. Il foglio delle libertà non può essere guidato da una persona non più libera di esprimere ogni giorno e fino in fondo il proprio pensiero”. 

Non si tratta e non si è mai trattato, nel caso di Sallusti e dei giornali da lui diretti, di libertà di espressione, quanto di debordante vocazione alla disinformazione. A questo, d’altra parte, sono serviti personaggi come quel Renato Farina, nome in codice “Betulla”, che si è ora scoperto essere l’autore anonimo dell’articolo diffamante, per cui Sallusti è stato condannato.

L’ex direttore di Libero non può certo dirsene sorpreso e dissociarsene, dato che il profilo professionale di Farina – da qualche anno promosso deputato del Pdl per meriti di servizio alla causa berlusconiana – parla da sé: dopo aver esordito nel giornalismo occupandosi delle miracolose apparizioni di Međugorje per il settimanale cattolico Il Sabato, si era andato specializzando come fabbricatore di bufale e falsi dossier per i servizi segreti italiani – più o meno deviati. E come tale ha finito per essere impiegato prima in qualità di vicedirettore e poi, dopo la radiazione dall’ordine dei giornalisti, come collaboratore di Libero.

Sallusti, ovviamente, non può neppure invocare un qualche speciale privilegio che lo ponga al di sopra della legge. Privilegi e leggi ad personam hanno fatto parte del bagaglio premoderno e antidemocratico con cui Berlusconi ha sgovernato l’Italia per un decennio, con risultati devastanti. E’ un’eredità avvelenata, a cui il paese sta giustamente cercando di voltare le spalle.

In che senso, allora, “il soldato Sallusti” va salvato? Soltanto nel senso che il suo caso porta agli onori delle cronache un problema grave e più generale di civiltà giuridica. L’articolo 595 del codice penale – che prevede per la diffamazione a mezzo stampa la pena della reclusione da sei mesi a tre anni, aumentata “se l’offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario” – è sbagliato e va cambiato.

Come ricordava Travaglio, “da vent’anni, da quando in Parlamento si dicono tutti ‘liberali’ e ‘garantisti’, non si contano le promesse di riformare il codice penale sulla diffamazione. (…) Sappiamo come sono finite quelle promesse: come i tagli ai ‘costi della politica’. E sappiamo anche perché: a questa classe politica fa comodo ricattare la stampa con denunce penali e civili milionarie.”

Tutto vero. Gli anni, però, almeno altrove, non passano invano. Diversi paesi europei hanno provveduto nel frattempo a decriminalizzare la legislazione in materia di diffamazione, mentre quasi dovunque la pena detentiva – seppur ancora prevista nei codici – è rimasta inapplicata. Diversi organismi internazionali, dall’Onu all’Osce, hanno intensificato gli appelli perché le legislazioni nazionali riconoscano come il carcere, ai fini di tutela della reputazione delle persone, è un mezzo eccessivo, che rischia di comprimere e sacrificare l’altro interesse in ballo, e cioè il diritto di cronaca e di critica.

Article 19, un’organizzazione non governativa che si occupa di difesa della libertà d’informazione, osservava di recente – per un altro caso di condanna al carcere di due giornalisti del quotidiano Alto Adige – come in Europa, in materia di diffamazione, siano rimaste solo Italia e Bielorussia a comminare sanzioni “considerate nel resto del continente arcaiche, antidemocratiche, ed eccessivamente restrittive della libertà di espressione”. La Bielorussia, faceva notare Article 19, è stata sospesa dal Consiglio d’Europa per il mancato rispetto di diritti umani fondamentali.

Per un’Italia, che anche in questo campo ha toccato il fondo, è arrivato insomma il tempo di fare un passo avanti. E se questo servirà a non trasfigurare il “soldato” Sallusti in una vittima e in un “martire della libertà”, tanto meglio: è un onore che non merita.

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2 commenti su “Perché salvare il soldato Sallusti?

  1. […] i giornalisti (il carcere è una pena eccessiva per la diffamazione, come ho già argomentato in Perché salvare il soldato Sallusti?), sia il venale attaccamento allo scranno di deputato, di cui non è all’altezza. Si […]

  2. […] i giornalisti (il carcere è una pena eccessiva per la diffamazione, come ho già argomentato in Perché salvare il soldato Sallusti?), sia il venale attaccamento allo scranno di deputato, di cui non è minimamente all’altezza. […]

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