Dice Silvio Berlusconi che nel Pdl non ci deve essere alcuna corrente.
L’obiettivo, in rispetto agli elettori, resta un partito con elettroencefalogramma piatto.
Dice Silvio Berlusconi che nel Pdl non ci deve essere alcuna corrente.
L’obiettivo, in rispetto agli elettori, resta un partito con elettroencefalogramma piatto.
Silvio Berlusconi è stato premiato dalla provincia di Milano per le sue qualità di statista.
Che il nostro premier sia un governante senza eguali, non si discute. Lascia invece perplessi la motivazione, che recita:
“E’ statista di rara capacità, conduce con responsabilità e lucida consapevolezza il Paese verso un futuro di donne e di uomini liberi che compongono una società solidale fondata sull’amore, la tolleranza e il rispetto per la vita».
La prosa, pomposa, trascura la conquista più importante, e cioè il fatto che nessuno come Berlusconi ha saputo ridare chiarezza di significato alla parola “stato”, liberandola dagli usi ambigui della vecchia politica. “Stato” indica finalmente un participio passato, niente di più.
Come tante grane del passato, anche questa storia della P3 sarebbe l’ennesimo complotto della sinistra e dei suoi giornali per far cadere il governo.
Silvio Berlusconi – lo ammette lui stesso – fa affidamento sulla scarsa memoria degli italiani per le vicende pubbliche, seguite distrattamente come se riguardassero una collettività di alieni.
Per chi ricorda, però, c’è un problema nel problema. Berlusconi parla così spesso di complotti altrui da dare l’impressione di non pensare ad altro. L’ossessione gli dev’essere rimasta dai tempi giovanili, quando si formava alla vita politica in quella palestra di virtuosi che fu la P2 (tessera 1816).
Dopo le condanne in primo e in secondo grado per concorso in associazione mafiosa, il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri pare ora implicato anche nella costituzione di una loggia segreta, la P3.
Lui si professa innocente e vittima di una manovra politico-giudiziaria. Chissà, forse ne stanno facendo un eroe al pari del suo amico, quel sant’uomo di Vittorio Mangano.
Silvio Berlusconi è tornato, è andato in tv e ha detto: “Ghe pensi mi”.
Parla così perché ha il dono della sintesi. Ma intendeva dire: “Voi, cari italiani, restate a fare i beoti davanti allo schermo. Meno ci pensate, meglio è”.
Berlusconi insiste che la Costituzione del 1948 è vecchia. Un’anticaglia da buttare.
Ma di lui, che è del ’36, che ne facciamo?
Berlusconi è spesso in vena di confidenze. Al primo ministro bulgaro ha ora confessato di sentirsi “indispensabile”. Si sarebbe tentati di sorridere di tanta grossolanità. Come si fa a non capire che aveva ragione De Gaulle, quando osservava, con amara ironia, che di uomini indispensabili sono pieni i cimiteri?
C’è in B. molta smania, boria, un infantile narcisismo tutto immerso in fantasie d’onnipotenza, che la democrazia è nata apposta per tenere a bada. Mezzo mondo – quello civile – ne sorride stupito. Ma possiamo accontentarci di uno scrollo di spalle noi, che viviamo in una democrazia sempre più malata? Continua a leggere