Il pastore e il lupo

mons_NegriIl vescovo ciellino di San Marino-Montefeltro, Mons. Luigi Negri (nella foto), ha rilasciato un’intervista al settimanale ciellino Tempi  in cui bolla come atto di “prepotenza” l’ultima inchiesta della Procura di Milano a carico di Berlusconi.

Il caso Ruby – sostiene – sarebbe un’iniziativa che conferma come l’Italia sia ormai vittima dello strapotere di una magistratura che “fissa le regole senza avere alcun punto di riferimento o argine nell’apparato statale.” Tant’è che, prima ancora del processo, “sembra che abbia scritto la sentenza di colpevolezza.”

Da cosa Sua Eccellenza tragga queste gravi e perentorie conclusioni non è dato sapere. Le sue parole cadono prepotentemente dall’alto, asseriscono senza argomentare, suonano indifferenti all’esigenza di esaminare i dati di realtà, che d’altra parte devono contare ben poco per chi, come monsignor Negri, è solito dispensare verità rivelate.

Frutto di ultraterrena ispirazione, e non certo della lettura degli atti d’indagine, pare essere anche l’inflessibile fermezza con cui il nostro vescovo – influente membro del comitato per la scuola cattolica della Conferenza Episcopale Italiana – si guarda bene dal muovere la benché minima critica al Presidente del Consiglio.

La moralità dell’uomo politico, sostiene monsignor Negri, “va giudicata dall’impegno nel perseguimento del bene comune che consiste nel benessere del popolo e nella libertà della Chiesa”. E sotto entrambi gli aspetti (il secondo soprattutto), par di capire che Berlusconi – tra un bunga bunga e l’altro – si stia comportando piuttosto bene.

Quanto alla moralità privata – e qui arriva il colpo d’ali, il deus ex machina che fa quadrare il cerchio e manda assolto il buon Silvio – “giudicherà Dio”. Qualora ci fosse reato, concede il vescovo spingendosi per un attimo in impervie ipotesi dell’irrealtà, giudicherebbero anche le leggi. Ma quel che è certo è che non possono essere “né vescovi né cittadini” a sputare sentenze o – Dio non voglia – a indignarsi, facendo proprio un atteggiamento che – a dispetto delle frequenti ed evidentemente deprecabili intemerate di Gesù contro scribi, farisei e potenti vari – “non è cattolico”.

Cattolico, chiarisce il monsignore, è piuttosto “guardare e portare con sofferenza” la situazione in cui si è ridotta la vita pubblica nel nostro paese, teatro di un “confronto intriso di odio” che vede – come si può desumere dalle premesse – Berlusconi e il governo nelle parti delle vittime e la magistratura in quella del carnefice.

La cattolicissima sofferenza di monsignor Negri si può immaginare – e riempie di commozione. Le improvvide iniziative della magistratura stanno destabilizzando un governo che ha messo sul piatto provvedimenti per un miliardo di euro a favore della Chiesa di Roma. Al vescovo piace pensare che questi soldi siano garanzia di “libertà” e non lo sfiora l’idea che possa invece trattarsi del prezzo di un grande meretricio.

Né riesce a pensare che quelli in gioco nell’inchiesta di Milano siano interessi pubblici, di cui è doveroso che i cittadini si prendano cura, e non bagattelle di privata moralità da demandare al giudizio di un Dio che tace (e se tace, acconsente).

Se il presidente del Consiglio abusa del suo potere per togliere alla cura dello Stato una minorenne fuggita di casa, accusata di furto e dedita alla prostituzione, e così facendo fa rientrare la ragazza in giri degradanti, gli interessi in gioco sono pubblici o privati?

Se il presidente del Consiglio ricompensa le sue giovani amanti con incarichi di pubblica responsabilità, per i quali non hanno né titoli né competenza, gli interessi in gioco sono pubblici o privati?

Se il presidente del Consiglio, per sottrarsi alla legge, scatena contro i magistrati e contro ogni altra istituzione di garanzia una campagna mediatica e iniziative legislative tese a minare gli assetti costituzionali e a conferire a sé stesso un potere di fatto illimitato, gli interessi in gioco sono pubblici o privati?

Per ogni cittadino fedele alla Costituzione, le vicende nate all’ombra dei bunga bunga di Arcore e approdate al processo di Milano mettono in campo principi fondamentali della nostra Repubblica.

Non stupisce più di tanto che insensibile alla natura pubblica del “Rubygate” sia chi, come monsignor Negri, si dimostra nostalgico di una concezione tutta privata del potere e dello Stato, dove al cattolico tocca di “soffrire” in silenzio mentre il sovrano agisce da patriarca e padrone, al riparo degli arcana imperii, sottratto a ogni pubblico controllo.

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