Malati di austerity

austerità-merkel-monti-nov12“Abbiamo bisogno di trattenere il fiato per cinque anni e più” – così ha detto l’altro fine settimana la Cancelliera Angela Merkel. “Wir brauchen einen langen Atem von fünf Jahren und mehr”.

Atem, respiro: etimologicamente così affine ad Adam, Adamo. La lingua tedesca riconosce, fin dalle sue radici, che l’uomo è respiro. Il respiro è vita. Quando il respiro viene meno, spiriamo.

Chissà se dopo aver parlato a quel modo, Bundeskanzlerin Angela Merkel ha colto la necrofilia implicita nella metafora che aveva utilizzato. Come si fa a sostenere che qualcuno ha “bisogno” di trattenere il fiato per almeno cinque anni, che è come dire per sempre? Chi è che ha “bisogno” di morire, in un rito sacrificale di massa? E perché?

Angela, con quel nome greco, lingua di un popolo che rischia di essere soffiato via dall’Europa:  ἄγγελα, la “messaggera”. Letto il suo annuncio, mi è venuto spontaneo pensare a Josef Mengele, il medico di Auschwitz soprannominato “l’angelo della morte”, der Todesengel. Sono inorridito. Tra Angela Merkel(e) e “l’angelo” Mengele, a parte una casuale assonanza, non penso ci sia nulla in comune. Ma perché quel nesso, così spaventoso, si è affacciato alla mia mente?

Il problema, oggi in Europa, è che tra i tedeschi e gli altri si è aperto di nuovo un abisso di incomprensione. Mentre i secondi penano tra sacrifici inutili e angosce senza risposta, i primi impartiscono lezioni: la medicina giusta per i mali del continente è “l’austerity.

Diagnosi e terapia sono state più volte riaffermate nell’ultimo triennio, ossia da quando la pesantissima recessione del 2008/09 – che costò all’eurozona una perdita di 5 punti del Pil, senza precedenti nel dopoguerra – ha fatto impennare i debiti pubblici.

Dopo tre anni di “cura tedesca” è possibile valutare i “progressi”: il debito pubblico, in tutta l’eurozona, continua ad aumentare mentre l’economia è ripiombata in recessione; la disoccupazione – quella ufficiale – sta raggiungendo il 12%, con punte superiori al 25% nei paesi della periferia precipitati in una crisi grave quanto quella del ’29; e a un ventennio dalla caduta della “cortina di ferro” tra Est e Ovest l’Europa si ritrova lacerata dalla crescente ostilità tra due nuovi blocchi: i creditori del Nord e i debitori del Sud.

Servono davvero “almeno altri cinque anni”, come chiede la Merkel, per completare quest’opera di sconsiderata distruzione? Non è già chiaro che la “cura” è in realtà il più tossico dei veleni?

Alla cieca ostinazione bisognerebbe sostituire l’onesta e intelligente analisi della realtà.

Fin dall’inizio, la Germania ha giustificato e imposto la sua soluzione alla crisi sulla base di due “indiscutibili” premesse, come ebbe a esprimersi il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble in un articolo per il Financial Times nel settembre del 2011:

a) la crisi nascerebbe dall’insostenibile accumulo di debito pubblico, generato da una spesa pubblica “eccessiva”: questo è il nocciolo del problema, visto da Berlino;

b) la soluzione starebbe nelle politiche di austerity, in grado di ristabilire la fiducia di consumatori e investitori e una crescita sostenibile nel medio periodo al costo – limitato e forse persino evitabile – di una riduzione di breve periodo dell’attività economica.

Formulata la diagnosi e applicata la “cura” a partire dal 2010, ora siamo in grado di misurarne i risultati. La Grecia sta collassando, come testimoniano anche gli ultimi dati sul Pil, pubblicati oggi: -7.2% rispetto a un anno fa, molto peggio del previsto, e pari a un crollo cumulativo del 20% dall’autunno del 2008, quando la crisi esplose. Ma anche Spagna e Portogallo barcollano come pugili suonati e l’Italia ha il fiato sempre più corto.

Ogni qualche mese le autorità europee si fanno i complimenti per l’ennesimo intervento “risolutivo” e annunciano che il peggio è passato e una “graduale” ripresa è dietro l’angolo. “La situazione migliora, ci sono segnali di ottimismo“, ha detto di recente il presidente della Bce Mario Draghi.

Chissà a cosa si riferiva, forse alle erratiche e ingannevoli evoluzioni dello spread, un indicatore di mercato che può essere la stella polare solo degli stolti. Poco prima che scoppiasse il finimondo, il differenziale tra i rendimenti del Bund decennale tedesco e gli equivalenti titoli di stato greci si era assottigliato fino a 9 punti base: 3,66% rispetto a 3,75%. Per il mercato e i suoi spread, investire nel debito pubblico tedesco o in quello greco presentava lo stesso rischio. Adorato come infallibile e sommamente efficiente, il mercato non aveva capito niente, dimostrandosi – surprise, surprise – stupido o folle come sa a volte essere una qualsiasi massa umana.

La verità è che, con le manovre di austerity che serrano il continente e sommano i loro effetti, anche il 2013, per tutta l’Europa mediterranea, sarà molto probabilmente un anno di profonda recessione, con debito, disoccupazione e tensioni sociali in aumento.

I costi della crisi si scaricano sui ceti meno in grado di sopportarli e meno protetti. Aumentano le diseguaglianze e agli esclusi non restano spesso altre opzioni che quelle “antisistema”, in un ventaglio che va dalle proteste di piazza fino al suicidio – con tassi di incremento che, secondo una ricerca americana, sono quasi perfettamente allineati a quelli della disoccupazione: là dove, come in Grecia, sono più che raddoppiati i senza lavoro, sono più che raddoppiati anche quanti si tolgono la vita. Per loro, il compito di “trattenere il fiato” è concluso.

Presentate come indiscutibili e inevitabili, le politiche di austerity risultano oppressive tanto quanto sono assurde: dominano l’Europa poggiando su due premesse – quelle enunciate da Schäuble – che, come vedremo in una seconda parte di questo articolo, sono entrambe prive di fondamento: una pura, ma non disinteressata, falsificazione della realtà.

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2 commenti su “Malati di austerity

  1. Andrea Patrucco ha detto:

    Caro Dottor Bertoncello, io la seguo con passione fin dai tempi di quel bellissimo blog che è stato “L’investitore accorto”, avendo apprezzato la sua fantastica competenza in materia finanziaria che ha dispensato con saggezza e precisione (senza però comprendere perchè mai abbia deciso, di punto in bianco, di abbandonare al suo destino) per poi ritrovarla in un nuovo blog sotto una nuova veste:
    quale giudice supremo di Silvio Berlusconi ritenuto il responsabile di tutti i mali dell’Italia e degli italiani, allineandosi a tutti coloro che sentenziavano che se non ci fossimo piegati al volere dello “scandaloso duo” Merkel/Sarkozy l’Italia sarebbe caduta in un baratro dal quale non ne sarebbe più uscita……….

    Oggi possiamo tutti verificare gli effetti della “cura Monti” e del rigore al quale ci siamo dovuti immolare per le sorti dell’Europa!

    Soli oggi ci si rende conto che il problema non è stato Berlusconi per l’Italia (anche se ha contribuito alla grande a ridicolizzarsi e ridicolizzarci davanti a tutto il mondo, ma le sue colpe le ha anche lui esattamente come tutti quelli che lo hanno preceduto, e che forse lo seguiranno) ma il problema principale è stato unicament, come era e come è ancora, purtroppo, organizzata la macchina europea la quale si è prestata a dare il fianco alla speculazione senza prendere le dovute prercauzioni, se non solo dopo l’avvento di quel grande economista che è stato Mario Draghi, con le sue illuminate scelte controcorrente, che hanno dato finalmente fiato ai mercati (mi domando inoltre, perchè mai il risanamento dei bilanci degli stati non lo si è potuto comunque programmare in tempi più ragionevoli, senza affossare le economie di mezza Europa?).

    Purtroppo ciò che mi fa maggiormente “incazzare” è dato dal fatto che oggi sono tutti bravissimi a dare le giuste ricette, da destra a sinistra, ed ergersi a grandi statisti ed economisti, dimenticando quanto invece gli stessi siano stati miopi, solo un anno fa, salendo sul carro dei vincitori che esultavano alla dipartita del governo Berlusconi ed al nuovo “rinascimento europeo”!

    Con stima e simpatia.

    Andrea Patrucco

  2. Gentile Andrea,

    la ringrazio del commento e degli apprezzamenti per l’Investitore Accorto, che spero – magari in veste molto più succinta – di poter riprendere.

    Non è che qui io mi voglia ergere a “giudice supremo” di Berlusconi. Finché era decisivo, l’ho semplicemente criticato, nella convinzione che la sua sia stata un’influenza molto negativa sul nostro paese. Ora che il Cavaliere appare sempre più fuori dai giochi, è mia intenzione dedicarmi molto di più ad analizzare la crisi dell’euro e le politiche di austerità imposte dalla Germania – che costituiscono un altro fattore di involuzione per tutta l’Europa e per l’Italia in particolare.

    Purtroppo – a mio modo di vedere – le questioni si sommano: l’Italia una gran parte dei problemi se li è creati da sé, attraverso scelte politiche tanto dissennate quanto sottoscritte da una maggioranza dei cittadini; dallo scoppio della crisi, poi, una somma di altri problemi le sono stati imposti da fuori, sfruttando la condizione di oggettiva debolezza in cui il paese è venuto a trovarsi – vaso di coccio tra vasi di ferro in un contesto difficile e inquietante per tutti.

    La crisi europea è una crisi di bilancia dei pagamenti che nasce dalla diversa competitività delle economie del Nord Europa rispetto a quelle del Sud, aggravata dalle deficienze e rigidità istituzionali della zona euro.

    L’Italia, entrata nell’euro, avrebbe dovuto migliorare la sua efficienza (tagliando i mille privilegi delle sue mille caste che rendono la nostra un’economia di tipo feudale), contenere i costi a livello tedesco, e ridurre il debito pubblico. Queste cose si sapevano già dagli anni ’90, quando l’ingresso nell’euro fu negoziato. Ciampi, almeno, le sapeva e le diceva molto chiaramente. Per qualche anno, diciamo tra il 1995 e il 1998, qualcosa fu fatto. Poi, quasi più nulla. Con Berlusconi, le dinamiche del debito sono tornate a peggiorare, e di riforme strutturali non si è più parlato: troppo impopolari per un Silvio impegnato nelle sue battaglie e nei suoi godimenti personali.

    Abbiamo perso anni preziosi, illudendoci. Quando la crisi ha colpito – una volta scoppiata la bolla creditizia – ci siamo scoperti terribilmente fragili. Dopodiché, gli spazi di manovra si sono chiusi: Berlusconi è stato cacciato non dal parlamento italiano, ma dai creditori esteri del nostro paese. E Monti si è trovato a governare tra Scilla e Cariddi: un parlamento pieno di corrotti o di incapaci, preoccupati solo della loro sopravvivenza, e una Germania decisa a far valere le proprie ragioni. Ragioni che io ritengo molto miopi, egoistiche e sbagliate – ma che come paese abbiamo pochissima forza e credibilità per contrastare.

    Cordiali saluti,

    Giuseppe B.

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