Maglie e magliari (2)

Vorrei riprendere l’”esegesi” che, nella prima parte di Maglie e magliari, avevo cominciato a svolgere delle due puntate di Qui Radio Londra della scorsa settimana, in cui Giuliano Ferrara ci ha proposto le sue “verità” sul caso Ruby.

Dopo aver presentato, martedì,  Ruby ‘Rubacuori’ come l’adultera del vangelo sottoposta al “linciaggio morale” degli scribi e farisei di Maglie, e aver congedato il suo pubblico invitandolo a far proprie le parole di Gesù: “Va’ e non peccare più”, Ferrara, mercoledì, è passato disinvoltamente dalla “imitatio Christi” alla “imitatio Silvii”.

Ci ha esposto, cioè, la sua versione del bunga bunga che, guarda caso, è anche e soprattutto la verità di Silvio Berlusconi, il povero Cristo perseguitato di Arcore.

Così ha esordito Giuliano “il Fedele”.

“Ieri non c’ero solo io a essere arrabbiato con i linciatori di Ruby a Maglie, i talebani di quella cittadina. Anche Berlusconi era arrabbiato. Tanto è vero che ha seguito il suo istinto e ha chiamato la Repubblica, il quotidiano che è la tribuna di coloro che lo odiano e che lo considerano un nemico assoluto e che vogliono abbatterlo con tutti i mezzi: ‘Sentite, vi parlo con la mano sul cuore, vi do un intervista e vi dico la mia verità’.”

L’illiberale logica “amico-nemico”

Ferrara replica qui uno schema che abbiamo già visto all’opera nella puntata di martedì. Lì c’era il video della civile protesta degli studenti di Maglie, trasfigurati in talebani sanguinari. Qui c’è l’intervista a la Repubblica, data in pasto al pubblico di Qui Radio Londra come “la tribuna di coloro che odiano” il presidente del Consiglio “e lo considerano un nemico assoluto, da “abbattere con tutti i mezzi.”

Della Repubblica si è liberi di pensare molte cose, può piacere o non piacere. E’ un giornale che produce informazione di qualità e che esprime opinioni critiche nei confronti di Berlusconi – e spesso anche nei confronti dei partiti di opposizione. Quel che è certo, però, è che non si tratta di un bollettino eversivo di fiancheggiatori della lotta armata. Rappresentarlo come la tribuna di coloro che mirano ad “abbattere Berlusconi con tutti i mezzi” è un falso plateale. E’ anche un gesto brutalmente illiberale, proposto a sei milioni d’italiani – senza contraddittorio – da uno degli spazi di maggior ascolto del principale canale del servizio pubblico televisivo.

Perché illiberale? Ma perché la deformante logica “amico-nemico” che Ferrara utilizza per rappresentare la realtà è di natura autoritaria. Riflette una dualistica visione del mondo che ha prodotto le crociate, le guerre di religione e l’Inquisizione, ma che è incompatibile col rispetto per quel pluralismo di opinioni di cui si nutre la democrazia.

Non a caso, la distinzione “amico-nemico” fu teorizzata da Carl Schmitt, un filosofo politico che, negli anni ’20 del secolo scorso, si affermò tra i protagonisti della cosiddetta “Rivoluzione conservatrice” in Germania diventando poi, dopo l’adesione al nazismo nel ’33, presidente dell’unione dei giuristi nazionalsocialisti.

Per Schmitt, la politica è, alla radice, lotta contro l’”altro”, inteso semplicemente come chiunque si opponga, a qualsiasi titolo, ai propri interessi. In questa opposizione di amico e nemico, lo stato si erge come supremo e autoritario garante dell’unità della nazione, minacciata dagli irriducibili conflitti che tendono continuamente ad emergere nella società civile.

A un’analoga visione sembra ispirarsi la difesa che Ferrara fa di Berlusconi. E non stupisce. E’ la stessa logica che Berlusconi ha cercato di imporre alla politica e alla dialettica tra i poteri dello stato dal momento della sua “discesa in campo”, denunciando ogni limitazione del proprio interesse come “nemica”, frutto di un complotto “comunista” e dunque radicalmente “altro” (o “antropologicamente diverso dal resto della razza umana”, come è capitato a Berlusconi di dire di chi fa il giudice).

La scomparsa dei fatti

Ma torniamo a Qui Radio Londra. Ecco come Ferrara ha proseguito nella sua trasfigurante rappresentazione dell’affare Ruby.

Qual è la verità di Berlusconi? Ovvio. Un giro di prostituzione non si organizza in quel modo. Chi vuole le prestazioni sessuali lo fa in silenzio, di nascosto, la notte senza farsi vedere. Quelle erano cene. Cene a casa del presidente del Consiglio con tante ragazze, perché Berlusconi è un imprenditore televisivo, è un impresario, si vuole divertire e si è divertito con tante ragazze a cena a casa sua.”

La verità di Berlusconi è la verità di Ferrara, e soprattutto è “ovvia”. Avrebbe, cioè, quel carattere di autoevidenza che è proprio della verità “vera”. L’invito subliminale ai telespettatori è di far tacere ogni spirito critico (già assopito in chi segue passivamente un monologo in tv) e inchinarsi di fronte all’unica, apodittica verità: “Quelle erano cene.”

Viene anche fornita una sbrigativa conferma, non fattuale – perché i fatti nel racconto di Ferrara sono svaniti – ma di natura (pseudo)logica: “Un giro di prostituzione non si organizza in quel modo (Quale modo? Non si sa, ma nell’evanescenza dell’allusione si vuol dare a intendere quanto siano infondate le accuse a B.) Chi vuole le prestazioni sessuali lo fa in silenzio, di nascosto, la notte senza farsi vedere.”

Che la Procura di Milano abbia raccolto decine di migliaia di pagine di atti d’indagine, fitte di elementi fattuali e indizi concordanti, dai quali prendono vigore le ipotesi di reato di concussione e prostituzione minorile a carico di Berlusconi, nel racconto di Ferrara non c’è traccia.

Nessuno, poi, che abbia letto, anche solo in parte, quanto pubblicato degli atti d’indagine può ragionevolmente sostenere che “quelle erano cene.” Cominciavano come cene, ma ben presto proseguivano, spesso fin quasi all’alba o per interi weekend, in tutt’altro modo.

E’ come se Ferrara prendesse i fotogrammi iniziali dei filmati, che tutti abbiamo visto, delle onde di tsunami che si ingrossano prima di abbattersi sulle coste del Giappone per imbastire un reportage su come quel paese si avvii a diventare un paradiso per il surf. Purtroppo, c’è onda e onda. E non tutte le cene sono eguali. Quelle di Arcore, ad esempio, erano molto particolari dal momento che si svolgevano attorno, più che a un tavolo da pranzo, a un palo di lap dance.

Si potrebbe anche aggiungere che l’agire “in silenzio, di nascosto, la notte” – tipico per Ferrara di chi organizza un giro di prostituzione – è proprio quello che emerge dalle indagini. In migliaia di pagine di conversazioni intercettate, si inseguono gli inviti a tacere delle ragazze del bunga bunga alternati alle ricattatorie minacce di chi ha molto di compromettente da spifferare, vengono alla luce le manovre per nascondere i fatti e le paure che le verità occultate siano rivelate.

E’ tutto un notturno agitarsi seguito da giornate stanche, passate a ritemprare le sciupate energie (com’è peraltro spesso accaduto anche a Berlusconi, varie volte appisolatosi nell’esercizio diurno dei suoi compiti di presidente del Consiglio, una volta – stando ai cablogrammi svelati da Wikileaks – persino in un faccia a faccia con l’ambasciatore americano).

Tutto ciò, però, per Ferrara non esiste. Sono evidenze sgradevoli, e dunque da eliminare.

Cresciuto in una famiglia di stretta osservanza comunista, con un papà e una mamma entrambi assoldati per il delicato incarico di segretari particolari di Palmiro Togliatti, Giuliano “il Fedele” sembra anche lui a proprio agio nel ruolo ancillare di chi serve un capo. Come scriveva Ignazio Silone, “gli ex-comunisti sono facilmente riconoscibili. Formano una categoria a sé, come un tempo i preti e gli ufficiali dopo aver lasciato i loro ruoli.”

La scuola in cui si è formato Ferrara insegnava a sacrificare libertà e verità sull’altare dei vincoli di appartenenza. Quell’impronta è rimasta e gli impone di svicolare dalla cruda sostanza del Rubygate. Come? Evocando gli aspetti più popolari e seduttivi del personaggio pubblico Berlusconi: l’intrattenitore, l’impresario televisivo, il “simpatico” uomo privato. Vediamo.

Divertimenti privati di un impresario televisivo

Berlusconi è un imprenditore televisivo, come dire… è un impresario, si vuole divertire e si è divertito con tante ragazze a cena a casa sua.”

E più avanti ritorna su questo “punto fondamentale”.

Berlusconi è un uomo privato. Non ha chiesto di fare il presidente del Consiglio. E’ entrato in politica mentre crollava giù tutto. Crollava la Repubblica, crollavano i partiti, crollava quel protocollo istituzionale, in grisaglia, quella compostezza che è stata anche una grande cultura. E ha offerto quello che poteva offrire. Ha offerto la sua capacità di raccogliere il consenso intorno alla sua persona, al suo modo di essere. E non ha mai truffato gli italiani dicendo: Io sono uno statista superbo […] Ecco, Berlusconi questa truffa non l’ha fatta. Ha detto: sono un uomo privato, ed è per quello che prende il consenso, ed è probabilmente per quello che è riuscito a fare parecchie cose.”

Seguono alcune foto. Non quelle del bunga bunga, ovviamente. Foto più presentabili, di Berlusconi sorridente, “con le ragazze in braccio, che si diverte nelle sua casa al mare”. Commentate con un assolutorio: “Berlusconi è fatto così”.

Così, come?

Berlusconi pubblico e privato, a seconda delle convenienze

Berlusconi non è un uomo privato qualsiasi. Si dà il caso che sia il presidente del Consiglio in carica. Ha prestato un giuramento di fedeltà alla Repubblica. In base all’articolo 54 della Costituzione, ha il dovere di adempiere ai suoi compiti di capo del governo “con disciplina e onore”.

Inoltre, non è vero che non si spacci per statista “superbo.” Come tale è stato premiato anche di recente, con grande fanfara, dalla Provincia di Milano. Ma una “truffa” più seria – per usare il linguaggio di Ferrara – B. la commette spesso paragonandosi ad Alcide De Gasperi, al quale nulla lo ha mai accomunato, o descrivendosi come “di gran lunga il migliore presidente del Consiglio che l’Italia abbia potuto avere nei 150 anni della sua storia.”

Ancora più strampalato (in apparenza), ma sottilmente fuorviante (in realtà), è che Ferrara, sottosotto accreditando il mito di Berlusconi come “uomo della Provvidenza”, se ne esca dicendo: “Non ha chiesto di fare il presidente del Consiglio. E’ entrato in politica mentre crollava giù tutto. […]E ha offerto quello che poteva offrire. Ha offerto la sua capacità di raccogliere il consenso intorno alla sua persona, al suo modo di essere.”

Berlusconi “non ha chiesto”? E chi dunque lo avrebbe implorato di farsi avanti, mentre “tutto crollava”?

Per la verità, fu lo stesso Ferrara, nel 1994, a escludere ipotesi provvidenziali, osservando prosaicamente che “Berlusconi è entrato in politica per impedire che gli portassero via la roba”.

Un’interpretazione a più riprese confermata da chi, allora, alla “discesa in campo” collaborò più da vicino, come Marcello Dell’Utri: “C’era l’aggressione delle Procure e la situazione della Fininvest con 5 mila miliardi di debiti. Franco Tatò, che all’epoca era l’amministratore delegato del gruppo, non vedeva vie d’uscita: ‘Cavaliere, dobbiamo portare i libri in tribunale’…I fatti poi, per fortuna, ci hanno dato ragione e oggi posso dire che senza la decisione di scendere in campo con un suo partito, Berlusconi non avrebbe salvato la pelle”.

O per dirla con le parole di Fedele Confalonieri: “La verità è che, se Berlusconi non fosse entrato in politica, se non avesse fondato Forza Italia, noi oggi saremmo sotto un ponte o in galera con l’accusa di mafia.”

Berlusconi, dunque, più che offrire la sua capacità di raccogliere consenso attorno alla sua persona”, l’avrebbe sfruttata per ottenere attraverso la politica e lo Stato la soluzione ai suoi problemi privati. Questo dicevano i suoi intimi, Ferrara in primis, allora.

Ma l’interpretazione si è fatta ora, davanti al pubblico di Qui Radio Londra, diametralmente opposta. Resta – costitutiva del personaggio Berlusconi – la commistione tra pubblico e privato, ma a seconda delle convenienze muta di segno: se nel 1994 B. aveva bisogno dello scudo del potere politico per salvare i suoi affari privati, oggi ha bisogno dello scudo della privatezza (presunta) dei suoi affari per salvare il potere politico. Insomma, si invertono i fattori ma l’imbroglio non cambia.

Emozionanti effetti di magia

Naturalmente, come con le parole sto cercando di smontare un inganno, decostruendolo nelle sue parti componenti, mostrandone la mancanza di corrispondenza con la realtà e le contraddizioni, così con le parole lo si costruisce. In che modo? Per esempio, aggiungendo effetti scenici, atti a suscitare emozioni e ad annebbiare le capacità di osservazione e lo spirito critico.

Così fanno maghi e prestigiatori, e così ha fatto Ferrara a Qui Radio Londra, abbandonandosi a una divagazione – piena di traboccante enfasi – sulla dichiarata volontà del povero Cristo Berlusconi di difendere le ragazze”. Le 33 “amiche” sono infatti in difficoltà perché, come l’adultera del vangelo, sono diventate “capri espiatori del nostro moralismo viscido”. Ecco di nuovo il suggestivo racconto di un vibrante Giulianone.

Poi però (Berlusconi) dice una cosa importantissima e straordinariamente gravida di conseguenze. Dice: Io quelle ragazze le voglio difendere. Siamo anime gemelle, il cavaliere ed io, qualche volta. Difendere le ragazze! (Legge altre parti dell’intervista a la Repubblica, in cui B. dice: ‘Rischiano di passare il resto della loro vita con una macchia indelebile. Per questo andrò in Tv, per spiegare tutto questo, per difendermi e difendere quelle ragazze’).

Arriva quindi il colpo di scena finale:

Probabilmente assisteremo a una trasmissione televisiva con un Berlusconi al centro di un salottone con 33 ragazze, le sue amiche, quelle che frequentavano le sue cene. E sarà un momento direi magico della storia recente di questo paese.”

Magico? Freud avrebbe parlato di un lapsus linguae, sfuggito nel momento di massimo coinvolgimento emotivo. Al Ferrara, “giornalista” e “opinionista” di Qui Radio Londra, cala per un istante la maschera, lasciando scoperto il vero volto del mago e illusionista soddisfatto di sé, che si compiace dei suoi trucchi.

Un aggettivo più appropriato, per descrivere quel vagheggiato “salottone” televisivo, sarebbe stato “postribolare” anziché “magico”. Le 33 ragazze sono, in molti casi, delle escort di professione – o, come alcune di loro preferiscono autodefinirsi, delle “zoccole”. Il loro linguaggio, nelle intercettazioni, è da lupanare. E di tutto danno mostra, tranne che di amicizia nei confronti di B. Lo insultano, lo deridono (soprannominandolo, ad esempio, “Al Caprone), si interrogano su come sfruttarlo al meglio, pensano solo ai suoi soldi.

Imbrogli conclusivi sul complotto giudiziario e la libertà

L’epilogo di un programma così fazioso ne è la parte più ovvia – e qui l’aggettivo ci sta, perché di ovvietà sono impastati i pregiudizi dei settari. Due sono i moniti rivolti ai telespettatori, e il primo riguarda Berlusconi in persona, col suo codazzo di ragazze.

“L’idea di farlo fuori mandandolo in galera ha qualcosa francamente di spregevole. Attribuirgli prostituzione per il suo modo di vivere la propria vita privata è spregevole. E fare di quelle ragazze, marchiandole indelebilmente, dei capri espiatori del nostro moralismo viscido, è ancora più spregevole.”

Con l’espressione “farlo fuori” torna il totalitario principio amico-nemico, applicato questa volta alla magistratura. Le parole scelte intendono implicitamente escludere che la Procura di Milano abbia svolto la sua indagine perché c’era una notizia di reato, e che abbia dunque semplicemente svolto il suo dovere nel rispetto del dettato costituzionale (ad esempio, l’articolo 112).

Agli spettatori di Qui Radio Londra, nelle due puntate dedicate al caso Ruby, è stato taciuto il fatto più basilare, e cioè che di ipotesi di reato ce ne sono due: prostituzione minorile e concussione. Sono state anche taciute, come abbiamo visto, le migliaia di pagine che sostanziano, eccome, le tesi  accusatorie. Tutto può così essere ridotto a uno “spregevole” complotto contro B.

Di spregevole e nella sostanza eversivo c’è solo, purtroppo, il metodo Ferrara – avallato dalla Rai che lo ospita – che sul caso Ruby distrugge i fatti, evita il confronto, inibisce attivamente la possibilità che i cittadini si formino un libero e autonomo giudizio. Di questa pasta sono fatte le tirannidi, non la democrazia.

La seconda conclusiva avvertenza di Ferrara è più generale, di natura squisitamente politica.

Ricordo una sola cosa e chiudo. Prodi ha vinto le elezioni – perché a volte le vince Berlusconi a volte le vince Prodi, in Italia – e il suo slogan era ‘la serietà al governo’. E’ andata come è andata. Lo slogan di Berlusconi, lo sappiamo, è sempre stato un altro: ‘la libertà al governo’.

La libertà al governo? Più probabilmente quel che s’intende, al di là dei giochi di parole, è quell’arbitrio personale e senza limiti che può essere difeso solo violando il principio di uguaglianza. Non è possibile, infatti, godere tutti allo stesso modo di una libertà illimitata.

La libertà è fatta della ricerca della verità, del rispetto per il confronto e la critica, del riconoscimento dell’uguaglianza dei cittadini, della tutela di una pluralità di poteri in equilibrio tra loro contro la minaccia più grave alla libertà di ciascuno, e cioè la concentrazione eccessiva di potere nelle mani di uno solo o di pochi.

Ferrara, così come Berlusconi, sul caso Ruby (e non solo su di esso) cercano invece di sopprimere i fatti scomodi, sfuggono al confronto e al contraddittorio, operano da posizioni di privilegio, fanno di tutto per intimidire i poteri non succubi e compiacenti. Si comportano, entrambi, da autoritari che con lo spirito e la tradizione liberali non hanno nulla a che spartire.

Diceva uno dei grandi maestri di questa scuola di pensiero, il filosofo Karl Popper:Per liberale non intendo una persona che simpatizzi per un qualche partito politico, ma semplicemente un uomo che dà importanza alla libertà individuale ed è consapevole dei pericoli inerenti a tutte le forme di potere e di autorità.”

Se, dopo essere stato comunista, craxiano e berlusconiano, Ferrara vuole ora convertirsi al liberalismo, la smetta di servire il (pre)potente di turno e faccia di Qui Radio Londra una voce libera nella denuncia di quell’abnorme concentrazione di potere mediatico, economico e politico che dagli anni ’80 si è andata coagulando – con grave pericolo per la democrazia – attorno a Silvio Berlusconi.

Se no, ci dica che finora ha scherzato, scelga un titolo più adatto per il suo sermone quotidiano (anche Пра́вда può andare, l’autoironia sarà evidente) e celebri pure, con sfrenata schiettezza, i passatempi del capo che ha sempre ragione (“Al Caprone” per le molte puttane, anche minorenni).  Sarà tutto più chiaro e più “vero”. E anche Gesù, da Ferrara così malamente invocato, avrà trovato un po’ di ascolto. Nel Discorso della Montagna disse infatti: “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” .

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2 commenti su “Maglie e magliari (2)

  1. […] vedremo in una seconda parte di questo post dedicata alla puntata di Qui Radio Londra di […]

  2. […] vedremo in una seconda parte di questo post dedicata alla puntata di Qui Radio Londra di […]

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