Marchionne non c’è e Fornero non esiste

fiat-forneroNon si dica – come peraltro ha fatto il sociologo Luciano Gallino – che Elsa Fornero è un “ministro inesistente”. Fornero, in risposta alla decisione della Fiat di cancellare “Fabbrica Italia” – il megapiano di investimenti in Italia per 20 miliardi di euro – sostiene infatti di essersi mossa con tempestività, facendo chiaramente intendere – aggiungo io – chi è che comanda.

Ha preso il telefono e ha chiamato Sergio Marchionne. Come ha dichiarato ieri in un’intervista a Repubblica, al capo della Fiat voleva chiedere spiegazioni e fargli capire che, “sul caso Fiat il governo ha le idee molto chiare, e si sta impegnando in modo unitario e molto deciso”.

Quali siano queste idee, per quanto chiare alla Fornero, è rimasto oscuro a chiunque altro, perché il ministro non ne ha voluto parlare.

Qualcosa però ha lasciato intendere, quando ha aggiunto che il governo non può dare ultimatum, ma si affida al senso di responsabilità dell’azienda. “L’epoca dello Stato Padrone è finita da un pezzo, per fortuna,” ha detto il ministro. “Il governo non può decidere dove una grande industria privata deve allocare le sue risorse. Ma la Fiat, che ha fatto tanto per l’Italia, ha anche delle responsabilità verso questo Paese.”

Belle parole, piene di sentimento, che il ministro non ha però potuto rivolgere direttamente al capo della Fiat. La telefonata, infatti, non è andata a buon fine. Marchionne non c’era. E non ha richiamato. La ministra del lavoro è però un tipo tenace. Come ha tenuto a precisare a Massimo Giannini di Repubblica, non è rimasta “con le mani in mano”. Le sue mani, al ministero, sono ben ferme sulla cornetta del telefono. “Sto aspettando notizie (di Marchionne). Ma finora il mio telefono non ha ancora squillato.” 

Dove fosse Marchionne, Fornero – come tutti noi – l’avrà scoperto quest’oggi, di nuovo sulle pagine di Repubblica. In un’intervista al direttore Ezio Mauro, Marchionne ha detto di trovarsi a Detroit, dove coltivare idee “molto chiare” deve essere ancor più facile che a Roma. Il capo della Fiat non ha infatti avuto difficoltà a metterne in fila diverse, tra cui segnalo le seguenti:

a) Il mercato dell’auto italiano è una voragine in cui Fiat potrebbe soltanto buttare i suoi investimenti senza alcuna speranza di utile. “Fino al 2014 non vedo niente. Per questo investire nel 2012 sarebbe micidiale…D’altra parte la gente non ha più potere d’acquisto, magari ha perso il lavoro, i risparmi se ne sono andati, non ha prospettive per il futuro.” Se l’Italia affonda perché mai Fiat dovrebbe affondare con l’Italia?

b) Confermare “Fabbrica Italia” sarebbe, da parte di Fiat, “una follia”. D’altra parte, ciò non vuol dire che Marchionne non avverta delle responsabilità nei confronti del nostro Paese. E da cosa lo si capisce? Dal fatto che il capo della Fiat è deciso a non dare corso ai consigli degli amici americani, che gli raccomandano di chiudere un paio di impianti. Con i profitti che Fiat realizza negli Stati Uniti e sui mercati emergenti la nuova strategia è di “sopravvivere alla tempesta” in Europa, senza ulteriori tagli alla base produttiva qui da noi – almeno per ora, beninteso.

c) Rispondere alle telefonate del ministro Fornero a cosa può servire? “Se mi cercano li vedrò, certo. Immagino che incontrerò Passera, Fornero. Ma poi?” Insomma, parlare col governo di Roma è tempo perso. Alla Fiat serviva “una riforma del lavoro, che ci porti al passo degli altri Paesi”. E’ una sfida di “deregolamentazione” che il governo, da quel che si intuisce, avrebbe fallito, mantenendo in vita troppi vincoli dannosi.

d) Se certe regole vanno abolite, altre, invece, le “dobbiamo tutti rispettare”. Sono le regole non scritte, sregolate, caotiche e supercompetitive del “gran ballo della globalizzazione”. “Non è detto che mi piaccia – ha aggiunto Marchionne – ma come dicono in America il dentifricio è fuori, e rimetterlo nel tubetto non si può più”.

E’ qui, nella cruda metafora del dentifricio uscito dal tubetto, che sta, in definitiva, l’immorale morale della storia di “Fabbrica Italia” e la soluzione all’enigma di chi conduca le danze in cui sono di nuovo impegnati il governo, la Fiat e i suoi stakeholder.

Per i dipendenti Fiat, che si interrogano ansiosi sul loro futuro, e per tutti noi, che ci interroghiamo con loro, l’insensato richiamo è al “dovere” di rispettare le regole di un mondo sempre più svuotato di regole, in cui, spesso, i governi nazionali è come se non ci fossero, e i datori di lavoro prendono impegni che sanno di non poter e non “dover” rispettare. Comanda, dunque, il mercato globalizzato, che si diverte a svuotare i tubetti di dentifricio in cui avevamo riposto gli assetti della nostra più o meno civile convivenza.

Nel “gran ballo della globalizzazione”, dov’è Marchionne? Marchionne non c’è. Che fa la Fornero? La Fornero non esiste.

P.S.:  Scriveva già una decina d’anni fa Zygmunt Bauman, ne La società individualizzata: “Oggi l’emblema della saggezza e del successo manageriale è la capacità di realizzare il trucco della sparizione alla maniera dell’”escapologo” Houdini, ossia la strategia dell’elusione e dell’evasione e la prontezza e l’abilità nel dileguarsi quando serve, che è poi il fulcro della nuova politica del disimpegno e del non coinvolgimento. La libertà da legami imbarazzanti, coinvolgimenti ingombranti e dipendenze che ostacolano il movimento è sempre stata uno strumento di dominio efficace e ambito; oggi però la disponibilità di questo strumento e la capacità di usarlo sono ripartite meno equamente di quanto sia mai accaduto nella storia moderna. La velocità di movimento è divenuta un fattore importante e forse preminente nella stratificazione sociale e nella gerarchia del potere.”

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3 commenti su “Marchionne non c’è e Fornero non esiste

  1. Claudio ha detto:

    Buongiorno Bertoncello,
    la seguo da parecchio tempo e per questo le voglio chiedere: se lei fosse Marchionne darebbe corso al piano fabbrica Italia come preannunciato un paio di anni fa? Non le sembra una mossa, come dice Marchionne, suicida?
    Credo sia necessario, alla luce dei grandi cambiamenti di questi anni, prendere atto che la capacità produttiva in Europa è troppo elevata e che è necessario, per quanto doloroso, tagliarla.
    Quale sarà il player a soccombere probabilmente lo deciderà il mercato, ma credo che in europa i principali indiziati sono tre: Peugeot, Opel ed appunto Fiat.
    Probabilmente tra qualche anno ringrazieremo Marchionne per questa doccia di realtà!

    • Caro Claudio,

      la questione che cerco di porre col mio post – tra allusioni e ironie che forse hanno finito per confonderla – non è se “Fabbrica Italia” debba o meno andare avanti. Il problema è che ci stiamo tutti malamente adattando a un mondo in cui “il dentifricio è uscito dal tubetto”, tanto da non riuscire nemmeno a capire quanto prezioso sia quel “dentifricio”: sono le condizioni di una convivenza civile e democratica, costruite in Occidente dopo un trentennio tragico, segnato da due guerre mondiali, dalla crisi del ’29 e dall’impazzare di feroci regimi totalitari. Ora, sotto le pressioni di una globalizzazione selvaggia, i logori “contenitori” della nostra civile e democratica convivenza si stanno tutti spezzando. E noi che facciamo? Dovremmo esigere una politica di grandi impegni e di grandi “visioni” all’altezza dei “grandi cambiamenti” cui lei fa riferimento, dovremmo avvertire l’urgenza di ri-progettare una “civiltà” per il XXI secolo. E invece, smarriti e un po’ suonati, subiamo i discorsi di un Marchionne – che ci invita ad accettare la “regola” di un mondo senza regole – e i discorsi di una Fornero – che ci parlano di idee di governo “molto chiare”, che però restano non dette e oscure, perché sono idee inesistenti. Badi bene che io considero sia Marchionne che Fornero due persone di qualità: senza Marchionne, in particolare, penso che la Fiat sarebbe già da tempo andata a rotoli. Ma da noi stessi e dai nostri “leader” noi dobbiamo esigere molto di più: non l’adattamento a un mondo in cui “il dentifricio è uscito dal tubetto”, ma nuove idee e nuovi progetti per una civiltà democratica e solidale in un mondo globalizzato. Dobbiamo tornare a esercitare capacità critiche e ambizioni collettive, sennò, temo, perderemo tutto, ritrovandoci non “a ringraziare Marchionne per la doccia di realtà”, come pensa lei, ma a lottare tra uomini resi lupi – “homo homini lupus” – come nel peggiore incubo hobbesiano.

      • Claudio ha detto:

        Grazie Giuseppe del chiarimento,
        la situazione ereditata da Marchionne è assolutamente condizionata da scelte storiche di “intervento pubblico” tese a successi di breve termine ma deleteri nel lungo periodo. Vedo all’orizzonte due alternative:
        a- taglio della capacità produttiva e tutela della forza lavoro da parete dello stato (come dice giustamente Fornero, bisogna tutelare il lavoratore e non il posto di lavoro)
        b- nuovi interventi pubblici (aiuti diretti, incentivi fiscali per acquisto di nuove auto) che non farebbero altro che rimandare il problema al futuro in proporzioni ancora più grandi col rischio di far affondare l’intera FIat!

        Tra le due la scelta razionale credo sia la A, quella che credo essere preferita anche da MArchionne.
        Insomma, per me Marchionne c’è!

        con stima
        Claudio

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