L’operazione verità di Carlo De Romanis, l’Ulisse del Pdl

deromanisMentre il mondo attende con trepidazione che Silvio Berlusconi “sciolga la riserva” sulla sua ennesima, preannunciata “discesa in campo” come candidato premier del Pdl, è toccato a un suo nipotino politico – un certo Carlo De Romanis – aprire un inatteso squarcio di verità sulla sostanza umana, ancor prima che politica, al cuore del berlusconismo.

Del berlusconismo si sapeva e si sa che ha segnato una rivoluzione nel linguaggio della politica italiana, transitata dai triti giri di parole alle immagini levigate e suggestive, dai sudati e fumosi vertici di partito alle incipriate performance dei leader, dalle piattaforme programmatiche infarcite di ideologia e mezze verità alle suadenti promesse televisive alleggerite di ogni pensiero ma grondanti menzogna allo stato puro.

Nell’arte e scienza del mentire, in particolare, Berlusconi non ha avuto rivali grazie – per citare Alexandre Koyré – alla meticolosa applicazione di quell’”antropologia totalitaria”, che già ne aveva distinto la carriera di uomo d’affari.

Quando invitava i venditori di Publitalia – poi divenuti la guardia pretoriana del suo partito – a considerare gli “altri” come una “massa” di undicenni, per di più poco svegli, Berlusconi faceva suo quel disprezzo “sovrumano” nei riguardi della gente, che ha contraddistinto, in politica, tutti i grandi leader totalitari.

Come notava Koyré in un acuto saggio del 1943, “Sulla menzogna politica”, nell’antropologia totalitaria l’uso della ragione viene riconosciuto a ristrette élite, ma non alla massa, che “spinta dall’istinto, dalla passione, dai sentimenti e dai risentimenti” è sollecitata soltanto a “credere”.

Per il totalitario, la gente – in quanto massa“crede a tutto ciò che le si dice. Purché glielo si dica con sufficiente insistenza. Purché si lusinghino le sue passioni, i suoi odi, le sue paure. E’ dunque inutile cercare di restare al di qua dei limiti del verosimile: al contrario, più si mente senza ritegno, massicciamente e crudamente, più si sarà creduti e seguiti. E’ altrettanto inutile cercare di evitare la contraddizione: la massa non se ne accorgerà nemmeno; (…) inutile avere a cuore la coerenza: la massa non ha memoria; inutile nascondere la verità: essa è radicalmente incapace di recepirla.”

Di questo razionale credo nella non ragionevolezza di una massa composta da “animali creduli” Berlusconi è stato l’interprete sommo nella nostra epoca di modernità “liquida” e mediatizzata, in cui – rispetto ai tempi di “modernità solida” di Koyré – la menzogna politica ha potuto nutrirsi dell’eterea seduzione delle immagini anziché della rude fisicità di slogan, raduni e manganelli.

E’ a motivo di questa centralità nel berlusconismo dell’uso consapevole dell’immagine menzognera che colpisce, con forza dirompente, l’uso inconsapevolmente veritiero che dell’immagine ha saputo fare Carlo De Romanis.

Erede di seconda generazione di quella che Koyré avrebbe definito “élite della menzogna”, portavoce e portaborse del commissario europeo Antonio Tajani, che fu portavoce e portaborse di Berlusconi al tempo della sua prima “discesa in campo”, De Romanis cosa ha fatto? Ha indossato i panni di Ulisse e, conquistatone, ha finito per usare l’astuzia della giocosa ingenuità, invitando sostenitori e colleghi di partito a un party in maschera per festeggiare il suo rientro nella politica romana come consigliere della regione Lazio dopo otto anni trascorsi a Bruxelles.

Poco importa, a ben vedere, quel che le cronache raccontano, e cioè se De Romanis abbia speso “solo” 20 mila euro, come dice, per intrattenere i duemila invitati, e se quei soldi siano stati distratti o meno da risorse pubbliche che avrebbero dovuto trovare impieghi un po’ meno carnascialeschi.

Il party, a giudicare dai servizi fotografici divenuti pubblici in questi giorni, è valso senz’altro il denaro investito: si è rivelato infatti una macchinazione all’altezza del cavallo di Troia, un escamotage capace di penetrare le difese più impenetrabili, un’operazione verità senza precedenti sulla natura intima del berlusconismo, realizzata con immagini ben curate, ossia col linguaggio che il berlusconismo aveva sempre, meticolosamente utilizzato per propagandare le sue false apparenze.

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Esortati a indossare delle maschere in un contesto rassicurante, quasi di complice intimità, i convitati di De Romanis si sono lasciati indurre a dismettere gli ingannevoli travestimenti della politica recitata per la massa credula – il doppiopetto, il tailleur, le chiome azzimate, le barbe ben rasate, le mani e le ascelle non sudate, gli sguardi solenni e decisi – per sprofondare, nel gioco di un invitante e solo apparente mascheramento, alla scoperta del senso più autentico della loro identità, militanza e coappartenenza: quello che potremmo chiamare il loro “sé” politico.

Il party, dunque, ha finito per agire come momento liberatorio: un’evasione collettiva dalla prigione del patologico narcisismo di un ceto politico che aveva trasformato l’impegno pubblico in una passerella di seduzioni mirate al profittevole inganno. Quel che ne è uscito è quel che tutti hanno potuto vedere in questi giorni: grugni di maiali grufolanti, cosce abbrancate da mani avide, pepli discinti. Niente di nuovo, se non fosse l’icastica rappresentazione di un partito politico che fa festa, e ritrovando sé stesso si celebra.

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Guidare questo collettivo viaggio di ritorno nella casa del sé autentico, l’Itaca infine raggiunta dopo lunghi anni, e renderne disponibile un ricco resoconto fotografico per la massa credula, ma bisognosa di immagini per credere, è stata l’ardita impresa politica del De Romanis riscopertosi Ulisse. Ci voleva l’astuzia e il coraggio di Ulisse per fare a pezzi la falsa apparenza del berlusconismo e svelarne il vero volto.

Gli elettori ora sanno in cosa credere: quando Berlusconi scioglierà la sua riserva, ricorderanno quelle mani che arraffano cosce, quei maiali che grugniscono e ti si stringono addosso.

Quanto a De Romanis, scoprirà cosa vuol dire indossare i panni di Ulisse. Ulisse significa “colui che è odiato”: noi non lo condanniamo, ma i suoi – per aver consentito che venisse a galla la verità – lo disprezzeranno.

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2 commenti su “L’operazione verità di Carlo De Romanis, l’Ulisse del Pdl

  1. Carlo M ha detto:

    Bertoncello, ma di cosa stai parlando? Hai scritto un articolo sul niente ?!? perche vaneggi? Trattavasi non della festa coi soldi della regione a cinecitta’ che non e’ stata mai fatta ma della festa privata di Carlo al foro italico…questa abitudine dei gironalisti italiani di affossare il loro stesso paese ci sta rovinando piu della politica e dando un’immagine schifosa del nostro paese all’estero. Ma meno male che c’e’ gente che fa altro invece di piangersi addosso

    • Gentile Carlo M.,

      mi dispiace che, pur potendo scegliere diversamente, lei abbia invece deciso di inviare un commento “sul niente”. Certamente io ho inteso riferirmi non all’inesistente festa di Cinecittà, ma proprio alla festa svoltasi al Foro Italico – e cioè a quella festa che in questi giorni ha suscitato, per ottimi motivi, un enorme interesse pubblico, e che, già nelle sue originarie motivazioni, politica e non privata voleva essere. E’ stato De Romanis a dichiarare che le sue intenzioni erano di far “circolare il suo nome” e di ringraziare sostenitori e colleghi che ne avevano permesso l’elezione in consiglio regionale. Da qui la presenza, ad esempio, della presidente della Regione Polverini (nel cui listino bloccato De Romanis è stato eletto) e il numero dei partecipanti, circa duemila. Come anche lei converrà, è difficile trovare qualcosa di “privato” in una simile iniziativa.

      Mi permetta anche di suggerirle che, se c’è qualcosa di sconnesso e vaneggiante, è l’idea che discorrere di De Romanis possa contribuire ad “affossare” il nostro paese. Per fortuna, De Romanis è solo uno dei tanti cooptati della politica, che gli elettori italiani non hanno mai scelto per alcuna carica. Può dunque ambire a rappresentare non certo l’Italia, ma tutt’al più quella politica auto-referenziale e dunque degenerata, che in questi anni ha abbondantemente tradito le aspettative degli italiani e contribuito – essa sì – ad affossare il paese.

      Concludo facendole notare che io non mi piango addosso. Anzi, ritrovando in De Romanis una sorprendente e ardimentosa vocazione ai “viaggi alla scoperta del sé” penso di aver valorizzato una figura che, svilita oggi dai più e abbandonata persino dai compagni di avventura, è apparsa invece a me molto di più di un semplice Ulisse di cartapesta.

      Con cordialità,
      Giuseppe B.

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